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krisis

Beiträge zur Kritik der Warengesellschaft

Italiano

31.12.2003 Beitrag drucken

Per un’anatomia dell’Impero

Un approccio ‘letterario’ a Impero di Negri-Hardt

Paolo Lago

Per svolgere questa breve “anatomia dell’Impero” vorrei partire da una mossa critica paradossale, cioè considerare il libro Impero di Michael Hardt e Antonio Negri (trad. it. Milano, 2002; Empire, Harvard University Press, 2000) alla stregua di un’opera letteraria. Tutti sappiamo che esistono delle norme che delimitano chiaramente la sfera della letteratura da quella della saggistica, la sfera del romanzo da quella del saggio critico. Ma queste norme non sono rigidissime né invalicabili: il genere ibrido del ‘romanzo-saggio’ lo dimostra in modo autorevole. Infatti, come ci suggerisce il critico letterario francese Gerard Genette, esistono due “regimi letterari” (in sostanza, due formae mentis per accostarsi all’oggetto letterario): un “regime costitutivo”, cioè chiuso, ed un “regime condizionale”, cioè aperto, revocabile. Attenendosi a questo secondo “regime” – continua Genette – ad esempio, anche un’opera come i Pensieri di Pascal può essere inclusa nella letteratura1. La mia mossa critica paradossale, perciò, nasce all’interno del “regime condizionale”: secondo quest’ultimo, anche Impero può essere considerato un’opera letteraria. So che questo assunto può apparire un po’ assurdo e, appunto, paradossale ma, ora e in seguito, mi sia concesso di attenermici.

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31.12.2002 Beitrag drucken

Il significato di labor

Uno sguardo al significato di labor (da cui l’italiano ‘lavoro’) in alcune occorrenze di autori latini.

da Paolo Lago

“L’esistenza da “servo” è il contenuto dell’astrazione “lavoro”. Non c’è dunque da meravigliarsi che questo concetto astratto abbia preso per gli antichi anche il significato di “dolore” e “infelicità” (come in latino).” — Robert Kurz

Nel Manifesto contro il lavoro, redatto dal Gruppo “Krisis”, nella sezione 8 (Il lavoro è l’attività di chi si trova in una situazione di minorità), leggiamo: “Il verbo italiano “lavorare” viene da “laborare”, che in latino significava “vacillare sotto un peso gravoso”, e indicava in generale la sofferenza e la fatica dello schiavo”. In realtà, per essere più precisi, laborare significa “affaticarsi”, “affannarsi”, “preoccuparsi per qualcosa”, mentre è labare che indica il “vacillare sotto un peso”, “stare per cadere”. Fatta questa piccola precisazione, possiamo partire dalla frase del Manifesto per dare un rapido sguardo all’uso della parola labor presso alcuni autori latini (con un occhio di riguardo a Virgilio) e notare come essa assuma frequentemente un’accezione negativa.

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31.12.2000 Beitrag drucken

Fughe in avanti

Crisi e sviluppo del capitale

da Ernst Lohoff

“La produzione capitalista tende continuamente a superare questi limiti immanenti, ma riesce a superarli unicamente con dei mezzi che la pongono di fronte agli stessi limiti su scala nuova e piu` alta. Il vero limite della produzione capitalista e` il capitale stesso” — Marx, Il Capitale, vol. III ed. Riuniti, Roma 1980, p. 302

Il processo delle crisi e gli eventi delle crisi

E’ evidente: la barca fa acqua da tutte le parti. Il mondo incantato della globalizzazione e del boom del capitalismo da casinò è vittima di crisi di portata più o meno ampia a intervalli di tempo sempre più brevi, soprattutto alla sua periferia. Nel 1995 la crisi messicana, e la debolezza del dollaro che ne fu la conseguenza, fecero trattenere il respiro ai mercati finanziari, nel 1997 le “tigri” asiatiche dell’Estremo oriente e l’America latina vissero un improvviso crollo economico. E’ noto che la Russia è un caso senza speranza. La stessa economia del Giappone, un Paese che a lungo era stato presentato come una Success-story per eccellenza, è sprofondata in una palude fatta di recessione, debito pubblico alle stelle e settore bancario irrimediabilmente indebitato oltre ogni limite. Le notizie positive che giungono dall’economia americana sono di tenore diverso soltanto in apparenza. Tali successi si basano infatti esclusivamente su una sempre più folle economia fondata sul deficit, ovvero sul più grande castello di carte della storia. “Nel 1998 il passivo delle partite correnti ha superato il limite dei 200 miliardi di dollari, nel 1999 è andato oltre 300 miliardi, nel 2000 raggiungerà i 400 miliardi. Con lo stesso ritmo frenetico ha raggiunto livelli stratosferici l’indebitamento netto con l’estero: oltre 2 bilioni di dollari nel 2000, oltre 3 bilioni di dollari due anni più tardi” (“Die Zeit”, 5-1-2000).

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31.12.1999 Beitrag drucken

Manifesto contro il lavoro

Gruppo “Krisis”

1. IL DOMINIO DEL LAVORO MORTO

Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. Tutte le potenze del pianeta si sono alleate per difendere questo dominio: il Papa e la Banca mondiale, Tony Blair e Joerg Haider, D’Alema e Berlusconi, sindacati e imprenditori, ecologisti tedeschi e socialisti francesi. Tutti costoro conoscono soltanto una parola d’ordine: lavoro, lavoro, lavoro!

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31.12.1999 Beitrag drucken

Il superamento del lavoro

Uno sguardo alternativo oltre il capitalismo

Deutsch: Die Aufhebung der Arbeit

Robert Kurz / Norbert Trenkle

Disoccupazione e crisi sono “da sempre” una realtà del capitalismo. La novità sta tuttavia nel fatto che questi fenomeni alla fine del 20° secolo hanno assunto le sembianze di una “crisi della società del lavoro”; si tratta di un tema originariamente riconducibile al pensiero della filosofa Hannah Arendt (Arendt 1989/1958). Fino alla prima metà di questo secolo nessuno avrebbe mai immaginato di poter attribuire un tale significato a fenomeni consueti nelle crisi del capitalismo. A prescindere da partiti o teorie la categoria “lavoro” sembra essere per così dire un incontestabile presupposto ontologico, sovrastorico di ogni realtà sociale. Se finisce il lavoro allora anche il cielo può crollarci sulla testa.

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31.12.1998 Beitrag drucken

Lo speculatore scatenato

Tobin Tax e nazionalismo keynesiano: una mistura indigesta

deutsch: Entfesselter Spekulant

Ernst Lohoff

Per definizione i Nobel per l’economia non possono avere pensieri emancipatori: l’idiota di professione James Tobin, cui il premio fu attribuito nel 1981, ha formulato una proposta particolarmente ottusa, in circolazione da tempo senza troppo successo. Tale proposta mira niente meno che a mettere le briglie a una porzione della sovrastruttura finanziaria grazie a una tassazione della speculazione valutaria secondo la filosofia del buon vecchio capitalismo produttivo di marca protestante e a ricondurre così l’amato capitale monetario ai mulini fordistici degli investimenti per i posti di lavoro che ormai da tempo stanno girando a vuoto: in questo modo l’ilota dell’economia di mercato potrà continuare a guadagnarsi la sua birra col sudore della fronte.

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31.12.1998 Beitrag drucken

Le sottigliezze metafisiche della merce

Testo letto nel simposio Il fascino discreto della merce, in Roma, 8.5.1998. Publicato in Invarianti 31

Anselm Jappe

La merce come problema

Presentarsi a un convegno sulla merce per polemizzare contro l’esistenza stessa della merce può sembrare altrettanto sensato quanto andare a un convegno di fisici per protestare contro l’esistenza del magnetismo, o della forza di gravità. L’esistenza di merci viene generalmente considerata un fatto del tutto naturale, almeno in ogni società un po’ sviluppata, e la questione è solo che cosa farne. Naturalmente si può affermare che alcuni nel mondo hanno troppo poche merci e che bisognerebbe dargliene un po’ di più, o che alcune merci sono malfatte, o che inquinano, o che sono pericolose. Ma questo non dice niente contro la merce in quanto tale. Certo, si può disapprovare il “consumismo” o la “commercializzazione”, cioè ingiungere alla merce di restare al suo posto e di non invadere altri campi, quali il corpo umano. Ma questi rilievi hanno un sapore moralistico e sembrano inoltre piuttosto “datati”, ed essere datati è l’unico crimine intellettuale che tuttora esiste. Oltre a ciò, la società moderna, le rare volte che sente messa in discussione la merce, corre col pensiero subito a Pol Pot, e lì la discussione finisce. La merce è sempre esistita e sempre esisterà, per quanto possa cambiare la sua distribuzione.

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31.12.1997 Beitrag drucken

Introduzione: L’apoteosi del denaro

Introduzione a Robert Kurz “La fine della politica a l´apoteosi del denaro”, manifesto libri, Roma 1997

Anselm Jappe

La società della merce ha consumato da tempo la sua sostanza tanto economica quanto politica e procede su una sottile lastra di ghiaccio. Si può non essere d’accordo con l’analisi di Kurz in ciò che riguarda i tempi che prevede per il manifestarsi di una crisi catastrofica anche in Europa occidentale, ma sarebbe difficile contestare la sua affermazione secondo cui una formazione sociale almeno bisecolare volge ormai al tramonto, un tramonto non pacifico. Le resistenze che suscita il passaggio all’economia globalizzata e al “nuovo ordine mondiale” sono sotto gli occhi di tutti. Le forze dell’”antagonismo sociale” non hanno più bisogno di escogitare strumenti per mettere in difficoltà il potere e per rompere il consenso che lo circonda. La questione non è più se ci saranno turbolenze che rompono il quieto vivere del “mondo unificato”, ma sapere quale direzione prenderanno. Sono passati i tempi in cui ogni protesta di massa, ogni opposizione all’ordine costituito sembravano quasi automaticamente situarsi in un’ottica di emancipazione sociale e dunque essere degni oggetti dell’entusiasmo della “sinistra”. Gran parte dei moti di protesta sociale, tanto di più fuori d’Europa, non entrano più nei classici schemi di destra e sinistra e finiscono al servizio di chi non ha certo per progetto un’umanità liberata. In questa situazione, la critica sociale assume – potenzialmente – un ruolo mai avuto prima. Le reazioni degli uomini al folle corso dell’economia della merce verso l’abisso non sono affatto programmate, ma dipendono largamente da ciò che essi sanno. E’ assai cinico deplorare la diffusione degli integralismi, del razzismo, dell’estrema destra ecc. se al contempo si dichiara “utopica” o “superata” qualsiasi critica globale di un sistema in cui, evidentemente, per una parte crescente dei suoi abitanti non c’è più posto. E per riprendere il filo di questa critica globale, non c’è bisogno di guardare indietro, di nutrire nostalgia per le mitologie leniniste, di rispolverare i valori della Resistenza, di sventolare disperatamente bandiere rosse, di entusiasmarsi per Che Guevara. In crisi è infatti proprio quella critica sociale che, sia pure come controfaccia, faceva parte integrante del mondo oggi al tramonto.

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31.12.1996 Beitrag drucken

L’illusione dello Stato mondiale

deutschsprachige Version

Ernst Lohoff

1.

La dittatura universale della merce e del denaro ha causato la deflagrazione del sistema di riferimento fondato sull’autonomia regionale o nazionale ed ha originato un tessuto connettivo che ha invaso tutto il globo. L’internazionalismo che per i nostri predecessori, fautori del progresso, rappresentava un assioma sacro, è divenuto per noi, loro discendenti, una realtà quotidiana al di là di qualsiasi giudizio morale. Chi oggi sta in sella ad una bici di marca “tedesca”, può stare certo che le sue singole parti sono state fabbricate in non meno di dieci paesi diversi da individui di una settantina di nazionalità. Una catena di fast food nota a livello mondiale afferma con estrema serietà che i suoi prodotti hanno assolutamente lo stesso sapore in tutte le sue filiali, si trovino a Buenos Aires, Mosca o Holzminden. La scomparsa delle foreste tropicali e l’allargamento del buco nell’ozono sono fenomeni dovuti all’azione congiunta di tutte le nazioni industrializzate. Le regioni mondiali costituiscono, ormai da lungo tempo, un sistema di vasi comunicanti per ciò che riguarda l’economia, l’ecologia e la cultura del quotidiano.

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31.12.1996 Beitrag drucken

La Jugoslavia come paradigma

Recensione del libro di Ernst Lohoff: Der Dritte Weg in den Bürgerkrieg (La terza via verso la guerra civile), Horlemann Verlag, Bad Honnef, 1996

Anselm Jappe

Essendo la via albanese verso il capitalismo finita nel caos, si ridesterà forse per un attimo l’interesse per le cause della recente guerra in Jugoslavia – a meno di non volersi accontentare della spiegazione corrente secondo cui si sarebbe trattato semplicemente di un irrazionale odio etnico tra popoli che da secoli si sbranano a vicenda. Ernst Lohoff, di cui Invarianti ha pubblicato in questo numero e in quello precedente un lavoro, ha applicato al caso jugoslavo, con risultati notevoli, gli strumenti critici elaborati da Krisis . Nel suo saggio in Krisis 14, poi allargato fino a diventare un libro pubblicato nel 1996 (Der Dritte Weg in den BürgerkriegLa terza via verso la guerra civile),egli esamina non la lontana preistoria dei popoli jugoslavi, ma l’epoca titoista e soprattutto un periodo quasi mai considerato dai commentatori: il decennio tra la morte di Tito e l’inizio della guerra. In un perfetto equilibrio tra analisi teorica e dettagliata descrizione storica, questo libro si legge come un “giallo” quando segue le tappe del precipitarsi inesorabile del paese balcanico verso la catastrofe finale.

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