31.12.2005  Beitrag drucken

Bye bye critica dell’interesse…

Sulla miopia della dottrina della libera moneta

Deutsche Fassung

di Andreas Exner & Stephanie Grohmann

La folle strada della nostra “Civilizzazione”, incorniciata dalla distruzione dell’ambiente e dalle catastrofi sociali, è per molte persone motivo sufficiente per indagare a fondo sul loro proprio modo di vivere. Molti non si accontentano di affidarsi ad appelli politici, ora che diventano molto chiare le limitate possibilità della democrazia quando richiede la sicurezza di posti di lavoro, sempre meno disponibili, attraverso una rinnovata crescita economica. E troppo dolorosa è la consapevolezza che non possiamo più sfuggire alla legge della concorrenza e alla sofferenza per il freddo sociale. Che possibilità ci sono, dunque, per dar vita tutti insieme a qualcosa di interamente nuovo? Che cosa possiamo fare adesso di concretamente altro?

La pseudo-critica al capitalismo di Silvio Gesell

Ultimamente ha assunto una certa popolarità una particolare risposta a questa domanda: il modello di organizzazione sociale del circolo dello scambio sembra possa mostrare una via d’uscita dai problemi della distruzione dell’ambiente e dai problemi sociali. In quelle regioni del mondo che hanno già fatto esperienza del crollo dell’economia capitalistica formale sono talvolta nati come ancora di salvezza, dal mero bisogno e senza teoria, i circoli dello scambio. Il breve boom dei circoli dello scambio argentini ne è l’esempio paradigmatico. Diversamente, i circoli dello scambio, qui da noi, nella misura in cui essi non vengano praticati come mero hobby senza ulteriori motivazioni, sono concepiti come il modello per un’altra economia. In essi la dottrina della libera moneta di Silvio Gesell ha trovato il suo sedimento pratico. Essa cerca comunque anche di approdare nei dibattiti teoretici. Nell’ambito della critica alla globalizzazione, o nei resti del movimento ecologista, in ogni caso dove gli uomini cominciano a porre in questione in modo approfondito la società della merce – senza tuttavia portarla (ancora) fino in fondo – là la critica dell’interesse formulata da Silvio Gesell trova dei sostenitori. Fra i critici dell’interesse c’è senz’altro chi, di quando in quando, lo fa con intenti radicalmente emancipatori. Tuttavia questa critica rappresenta, nel migliore dei casi, solo un primo passo sulla via, spesso lunga, verso uno sguardo sul modo di funzionamento della società che si basa sulla merce, cioè sul capitalismo. Per lo più i sostenitori della critica dell’interesse restano legati alla società della merce e alla pseudocritica dell’interesse che finisce per occhieggiare all’antisemitismo. Che una tale posizione non sia sostenibile teoricamente e dia luogo a pericolose illusioni, cercheremo ora di dimostrarlo.

Silvio Gesell era commerciante alla svolta fra il 19° e il 20° secolo e si interessava alle condizioni di un capitalismo stabile, libero da crisi. La sua riflessione fondamentale era tanto semplice quanto falsa: l’interesse è la radice di tutti i mali della forma economica capitalistica.1 Da ciò ne consegue la necessità di una “moneta libera dall’interesse”. Tramite una regolare timbratura la libera moneta di Gesell dovrebbe continuamente perdere valore quando non venisse spesa, e quindi il circolo della moneta e del commercio della merce sarebbe tenuto in moto. Gesell vedeva la causa dell’interesse nella tesaurizzazione della moneta attraverso il patrimonio. Tutte le merci sono secondo Gesell deperibili e perciò caratterizzate da un fondamentale svantaggio nei confronti dell’indeperibile moneta. Poiché di fatto tutti gli uomini hanno bisogno di denaro per lo scambio delle merci, i possessori del denaro godrebbero di un forte privilegio, che essi si fanno pagare in interesse. Nell’ottica di Gesell ciò rappresenta una “ingiustizia” del capitalismo e al tempo stesso anche la causa delle crisi economiche.

Gli obbiettivi di Gesell erano tutt’altro che umanitari. La libera moneta doveva togliere le catene alla concorrenza e ridare “ai più abili” il loro “diritto” contro i “parassiti” accaparratori di denaro. Come alcuni odierni liber-monetisti, caldeggiava l’eugenetica, ovvero il “miglioramento genetico” dell’uomo attraverso la “selezione naturale”, alla quale la libera moneta doveva dare il suo contributo.

Dalla critica popolar-nazionale dell’interesse al revival della teoria della libera moneta

Nel punto più alto della grande depressione degli anni ’30 le idee di Gesell incontrarono il terreno per loro più fruttuoso. Un esempio spesso citato come riprova pratica dell’efficacia della libera moneta è “l’esperimento di Wörgl” avvenuto fra le due guerre in Tirolo. Con l’aiuto della libera moneta, che si era autonomamente data, la comunità poté finanziare investimenti per progetti di costruzione nel circondario comunale, dare impulso alla crescita economica e così ridurre la disoccupazione e la miseria. L’esperimento venne presto ostacolato dalla banca nazionale austriaca che vedeva in pericolo la propria sovranità monetaria. Il suo effetto somigliava a quello di un programma keynesiano per lo sviluppo della crescita e per questo si pone in contraddizione con il tono di fondo della critica alla crescita di molti odierni liber-monetisti. Da questo temporaneo e limitato programma economico comunale è stato più volte desunto il possibile buon effetto che avrebbe una più ampia introduzione della libera moneta. Si tace tuttavia sulle particolari condizioni territoriali e la breve durata dell’esperimento di Wörgl.

Fra le due guerre naufragavano i tentativi rivoluzionari del movimento operaio occidentale e la crisi del capitale si acuiva. In questa situazione l’ideologia della critica dell’interesse cadeva a puntino: l’odio per il capitale finanziario, che veniva interpretato come responsabile delle proprie miserie, rendeva possibile una presa sull’ordine capitalistico e apriva al tempo stesso una valvola di sfogo per il sentimento diffuso di impotenza e umiliazione. Non per caso le vedute di Silvio Gesell influenzarono in modo determinante il funzionario nazista e ideologo del partito Gottfried Feder, il cui obbiettivo centrale, nella politica economica, di una “rottura della schiavitù dell’interesse” venne accolto nel programma del NSDAP (partito nazionalsocialista). Il folle e populista accostamento di interesse e ebraismo, alla quale anche Gesell e i sui precursori ideologici si erano fermati, aveva preparato il terreno per quella catastrofe che la critica nazional-popolare dell’interesse avrebbe suggellato.

La fine della guerra portò un periodo di crescita economica e di piena occupazione, nel quale la dottrina della libera moneta cadde nel dimenticatoio. Solo quando, negli anni ’80, il miracolo economico giunse alla fine, la disoccupazione crebbe e insieme si fece sentire la crisi ecologica, la dottrina della libera moneta si ripresentò come valida alternativa.

La crisi della nostra “civiltà” spinge verso una trasformazione sociale fondamentale. Molti la vedono realizzarsi nei circoli dello scambio e nella libera moneta, nei mercati locali, nelle monete complementari e nelle cooperative di mutuo credito. Tutte queste idee hanno nomi e origini diversi, ma un comune denominatore: deve esserci il mercato, anche se possibilmente piccolo. Deve esserci il denaro, però senza interesse. Deve esserci lo scambio, però equo. Quando ci viene offerta questa trinità come soluzione, dovremmo però esaminarla a fondo. Poiché questa presunta scialuppa di salvataggio non può dirsi sicura prima ancora che dimostri di poter galleggiare. Vediamo che cosa i sostenitori della libera moneta associano a queste idee. Possiamo sintetizzarlo in tre punti: nessun obbligo di crescita, equità e stabilità economica.

Nessun obbligo di crescita?

Nei circoli dello scambio ecologisti si è diffusa la convinzione che la libera moneta renda possibile una presunta “economia naturale” senza obbligo di crescita. Nell’interesse la moneta sembra accrescersi come da se stessa e si potrebbe pensare che proprio per questo motivo debbano crescere anche le imprese. Tuttavia questa opinione è falsa. Per comprenderlo è sufficiente dare uno sguardo al bollettino giornaliero della politica economica: ministri della finanza e Banche nazionali in tutto il mondo ricorrono allo strumento dell’abbassamento dei tassi quando la crescita economica minaccia di fermarsi. Poiché interessi bassi significa crediti economici, e per conseguenza cresce la disponibilità all’investimento, nella misura in cui sono corrispondentemente alte le aspettative di profitto. Alti tassi d’interesse per contro soffocano in ogni caso la crescita, perché spingono molte imprese al fallimento e insieme rendono non redditizi gli investimenti finanziati col credito. Dal punto di vista dei consumatori la libera moneta non comporta che l’inflazione. Grazie alla sua svalorizzazione permanente si darebbe una grande pressione, quella di spendere il più velocemente possibile la libera moneta. Anche questo effetto dovrebbe stimolare la crescita in una buona situazione economica. Non per ultimo era infatti anche questo uno degli scopi dichiarati che Silvio Gesell voleva raggiungere con la libera moneta.

L’unico argomento che resta infine per una onorevole via d’uscita ecologica della libera moneta suona, secondo il punto di vista liber-monetista, così: con la soppressione dell’interesse sarebbe pur sempre data la possibilità di non lasciar crescere l’economia, mentre l’interesse creditizio nell’“attuale sistema del denaro” forza in ogni caso la crescita. Tuttavia questa è solo una mezza verità: L’interesse creditizio impone sicuramente un profitto minimo, però le imprese prendono il credito proprio per accelerare la loro crescita, non il contrario. Questo perché con parte di capitale esterno ad interesse possono esser fatti più investimenti che con il proprio limitato capitale. Il credito procura un vantaggio decisivo nella concorrenza.

Con ciò siamo anche arrivati all’autentica causa della crescita. Non è l’interesse ad originare la crescita delle imprese e quindi dell’economia in generale, bensì la concorrenza per il massimo profitto possibile. Ciò è confermato dalle imprese stesse.2 Infine, anche dal punto di vista statal-politico la crescita è necessaria, poiché l’aumento della produttività determinato dalla concorrenza libera continuamente forza-lavoro che può trovare di nuovo occupazione e pagare tasse solo grazie alla crescita produttiva. Inoltre la crescita economica mitiga la lotta per la redistribuzione ed è necessaria per la sopravvivenza della valorizzazione tecnologica complessiva nazionale nella competizione internazionale, la quale del resto esisteva già prima della globalizzazione.

Ecologicamente molto modesti, alcuni seguaci della libera moneta si limitano in definitiva a evidenziare l’effetto positivo di un basso tasso di interesse per gli investimenti rispettosi dell’ambiente. Con ciò però si sono già congedati dalla loro richiesta di una libera moneta, poiché interessi bassi sono auspicabili anche dal punto di vista della teoria economica keynesiana, la quale però d’altra parte confida con essi di dare impulso alla crescita.

Il delirio del rendimento

Come già il socialdarwinista Silvio Gesell prima di loro, anche gli odierni liber-monetisti propagandano una pretesa “equità di rendimento” a cui la moneta libera da interessi dovrebbe dar luogo. L’interesse è, dal loro punto vista, da criticare in quanto “reddito senza lavoro”, invece giustificato per il guadagno dell’impresa attraverso il lavoro. Questa visione riposa sulla rappresentazione fantastica della vita degli “uomini ricchi”. Chiaramente ci sono milionari che fanno una bella vita. Chi non la vorrebbe? L’amministratore di beni medio è però tutt’altro che un semplice pigro possessore di denaro, che passa il tempo a prendere il sole, mentre i suoi milioni aumentano. Uno sguardo nell’agenda degli appuntamenti di un manager che amministra fondi o il volto di uno stressato broker della borsa parlano a sufficienza: l’amministrazione del denaro è un lavoro faticoso e rischioso come nessun altro. Inoltre sono gli stessi trust industriali e conglomerati di imprese a investire il loro capitale nei mercati finanziari. Una separazione fra imprenditore “lavoratore” e capitalista “fannullone” non corrisponde alla realtà. Esiste piuttosto una “divisione del lavoro” fra anonimi capitali industriali e finanziari corrispondente al capitalismo moderno che niente ha a che fare con le fantasmagoriche figure sociali del liber-monetista.

Che cosa è l’interesse

Diversamente da quanto affermato dai liber-monetisti, l’interesse non è assolutamente un aumento di prezzo imposto dai “capitalisti”. Si tratta piuttosto – insieme al guadagno dell’impresa – di un parte del profitto che si basa complessivamente sull’appropriazione di lavoro non pagato nel processo di produzione delle merci. La merce “forza-lavoro”, che si vende sul mercato del lavoro, ha come ogni altra un valore d’uso qualitativo e un valore di scambio quantitativo. Il valore d’uso di quella merce consiste, per il capitale, nella possibilità di guadagnare, attraverso il suo utilizzo, valore di scambio. Il valore di scambio della merce forza-lavoro, il suo prezzo, che si manifesta nel salario, si dà come risultato delle abitudini sociali, dell’esito delle lotte per la distribuzione e in generale del costo della sua riproduzione, cioè la spesa per i mezzi di sostentamento, istruzione etc. Là dove la forza lavoro viene usata oltre quel periodo di tempo indispensabile per il suo valore di scambio, si dà per l’impresa un eccedenza di valore di scambio. Questo plusvalore è lo scopo della produzione capitalistica e si manifesta nel profitto.

Ciò che non viene “guadagnato” come valore economico attraverso l’utilizzo della forza-lavoro non può nemmeno essere messo da parte nella forma dell’interesse. Diversamente rispetto al prestito di denaro pre-moderno, che di fatto consumava le sostanze finanziarie del creditore, il denaro sotto le condizioni capitalistiche viene prestato non come mero mezzo di scambio, bensì innanzitutto come capitale. L’interesse è quel prezzo che il denaro in quanto capitale ha: in quanto mezzo con il quale produrre plusvalore e profitto. Il possesso di denaro rende possibile, alle condizioni capitalistiche, la produzione di plusdenaro, e questa potenza del denaro vuole anche essere corrispondentemente pagata. Il prezzo del denaro capitalistico espresso nell’interesse si orienta secondo la domanda e l’offerta del mercato finanziario. Gli interessi alla fine vengono pagati dal profitto che il denaro in quanto capitale ottiene nel processo di produzione. I debiti, a queste condizioni, servono non solo all’arricchimento del creditore ma anche a quello del debitore, fintanto che il denaro viene collocato nella produzione di profitto e non speso per i fini del consumo, capitalisticamente improduttivo.

La falsa critica della libera moneta al capitalismo viene ingannata dalla superficiale impressione che evoca il capitale portatore di interessi: esso sembra aumentarsi come da se stesso, senza l’intromissione della produzione di merce. Se non vediamo nel capitale le relazioni reificate di sfruttamento e i rapporti di produzione, lo sguardo si concentra solo sull’apparente auto-incremento del denaro nell’interesse. Si arriva allora all’impressione che il capitale finanziario “improduttivo” e la sua amministrazione si fronteggino con il “produttivo” imprenditore, qui unito in uno stesso fronte con i lavoratori e le lavoratrici. L’imprenditore viene qui visto non come facente le funzioni di capitalista, che estrae valore dai suoi lavoratori e dalle sue lavoratrici e si fa prestare a questo scopo il denaro necessario, bensì come “lavoratore speciale”. Egli certamente estrae profitto dal possesso dei mezzi di produzione e dallo sfruttamento della forza lavoro, tuttavia sembra ricevere un “salario imprenditoriale” per la sovrintendenza e l’organizzazione del processo di produzione. Per contro il denaro capitalistico “improduttivo”, che non viene visto nel suo inseparabile legame con la produzione, sembra lucrare il suo guadagno d’interesse da una supposta altra sorgente rispetto a quella da cui proviene il guadagno delle imprese che producono merce. Il pensiero della dottrina della libera moneta si comprende così non solo in base ai suoi obbiettivi politici, ma anche ad una insufficiente e superficiale interpretazione del capitale e della valorizzazione capitalistica.

Date queste premesse possiamo ora commentare anche la critica ampiamente condotta dai sostenitori della libera moneta sulle “quote d’interesse” nei prezzi delle merci. Se si volesse qui criticare l’interesse con il pedante argomento che esso entri nel prezzo delle merci, si dovrebbe nello stesso momento condannare anche il guadagno dell’impresa. Esso entra certamente nel prezzo, e neanche poco. È comprensibile che l’acquirente di crediti preferisca non pagare alcun interesse, così come il consumatore possibilmente non vorrebbe pagare proprio nulla. In quanto a ciò, ogni prezzo è sempre troppo alto. Questo però non è un argomento valido per la libera moneta, bensì un argomento contro il denaro in generale.

I liber-monetisti riconducono all’interesse anche la “redistribuzione verso l’alto”, importante nel capitalismo. Di fatto la forbice della ricchezza si deve necessariamente aprire anche senza l’interesse. Da una parte è sì il risultato del tanto propagandato, dai liber-monetisti, “calcolo di rendimento del mercato”, in base a cui vengono vagliate la “fiacchezza della concorrenza” e il “rifiuto del rendimento”. Dall’altra si accumula profitto, che viene reinvestito nella produzione per ottenere sempre più profitto, necessariamente anche senza interessi. Il salario del lavoro viene per contro regolarmente consumato e non investito nella produzione di profitto, e può essere “aumentato” solo attraverso le lotte sindacali. In ogni caso, ad un tale aumento salariale sono posti confini molto stretti: un alto tasso di crescita economica è per questo un presupposto essenziale.

Il pagamento degli interessi dai paesi poveri per il loro “credito allo sviluppo” significa di fatto una massiccia redistribuzione dal Sud verso il Nord, che eccede considerevolmente il volume dell’“aiuto allo sviluppo”. Non si possono però chiudere gli occhi di fronte al fatto che senza interessi nessuna impresa e nessun stato del mondo vorrebbero dare in prestito il loro capitale in grandi quantità. Una tale concessione di credito ha successo solo se adocchia al profitto nella produzione di merce. Perciò proprio le economie nazionali, che negli anni ’70 erano le più promettenti candidate allo sviluppo capitalistico, si sono spesso infilate più profondamente nelle crisi di debito. La libera moneta qui non può rappresentare alcuna soluzione. L’unica sensata richiesta è piuttosto una cancellazione del debito incondizionata per i paesi poveri e lo sviluppo di un modello fondamentalmente nuovo di cooperazione al di là del mercato, dello scambio e del denaro.

Con la libera moneta nella crisi

Veniamo ora all’ultima affermazione: un’economia di mercato con la libera moneta non conosce alcuna crisi. In ciò la dottrina della libera moneta assomiglia significativamente alla teoria economica neo-liberale, all’ideologia giustificazionista dell’attuale campagna delle liberalizzazioni. Come il neoliberalismo, la teoria della libera moneta pensa che un mercato lasciato a se stesso sia stabile ed essenzialmente non necessiti di alcun intervento politico. Perciò i liber-monetisti difendono senza mezzi termini la causa di una “libera e giusta economia di mercato”. La teoria della libera moneta si distingue da questo punto di vista dal neoliberalismo soltanto in quanto considera il “denaro senza interessi” come presupposto contro la crisi. Anche i suoi forti lamenti sull’inflazione, che essa vuole distinguere dalla perdita di valore della libera moneta, e sui debiti dello stato rassomigliano al chiacchiericcio neoliberale.

Entrambe le teorie partono da una fittizia economia di mercato con scambio naturale di merce contro merce. La moderna reale economia di mercato è però necessariamente un’economia del denaro. Proprio attraverso il denaro vengono superati i limiti dello scambio immediato: si può vendere senza poi comprare alcunché; e le imprese possono percepire crediti per finanziare i loro investimenti. In una economia di mercato produttori e consumatori non si accordano coscientemente. Lo sviluppo della domanda, del potere d’acquisto reale, del prezzo, dei bisogni dei consumatori e della capacità di produzione così come le strategie della concorrenza, lo spostamento dei flussi della domanda e l’insorgere di nuove branche per gli investitori restano sostanzialmente sconosciute. Grazie a questa fondamentale insicurezza del mercato da una parte, e ai meccanismi del credito dall’altra si accumulano necessariamente investimenti fallimentari che conducono alla fine ad una crisi economica. In una tale crisi il capitale investito senza una reale e solvibile domanda viene annichilito e privato di valore. Ciò significa: molte imprese vanno in bancarotta o devono chiudere, sopprimere posti di lavoro o ridurre i salari.

Un ulteriore fattore di crisi incorporato nell’economia di mercato è l’esaurirsi di opportunità economiche di crescita. Poiché tutti i mercati, così come le possibilità di aumento della produttività, i potenziali di razionalizzazione, il potere d’acquisto e i bisogni concreti degli uomini sono limitati, questo fattore prima o poi necessariamente si presenta. A quel punto i profitti si inabissano e gli investimenti diminuiscono. Si arriva così ad una crisi, e molti uomini perdono il lavoro e le loro entrate monetarie. La dottrina della libera moneta pensa qui che attraverso la perdita di valore della libera moneta gli investimenti aumentino e che la tesaurizzazione del denaro non possa più attrarre nessuno, in quanto presunto impedimento alla crescita – in ciò differenziandosi dalla teoria della libera moneta di orientamento ecologista. Una crisi, cioè una produzione economica stagnante o in perdita, diverrà così, secondo la loro opinione, impossibile. La libera moneta però agisce sulla crescita né più né meno come l’inflazione: nessuna perdita di valore del denaro, per quanto grande sia, può obbligare alcuno a fare investimenti. Quando non ci sono sufficienti profitti all’orizzonte, lo spirito di investimento rimane entro confini molto stretti.

La libera moneta non solo non può evitare alcuna crisi: è essa stessa portatrice di crisi. Sulla base cioè della perdita permanente di valore essa è come una patata bollente che salta di mano in mano spingendo in alto l’inflazione senza controllo. Il ruolo di deposito del valore toccherebbe a un qualunque altro oggetto di valore, prestito estero o simili. Proprio questo è ciò che accade nei paesi con alto tasso di inflazione.

L’assurdità della dottrina della libera moneta

La dottrina della libera moneta fraintende il modo di funzionare del mercato e non può perciò comprendere perché in una economia di mercato tanto il lucro quanto l’interesse debbano necessariamente esistere. Nella sua rappresentazione il denaro deve “tornare ad essere un puro mezzo di scambio”. Ma il denaro in una economia di mercato non è solo un mezzo di scambio, è fra le altre cose anche capitale. Questo significa che il denaro viene investito nella produzione di merci solo quando genera profitto. Senza profitto in una economia di mercato non c’è alcuna spinta alla produzione. Ciò si mostra nel momento in cui l’apparente automatismo produttivo dei mercati vacilla e si dissolve in una crisi. Sebbene le possibilità materiali di produzione restino esattamente le stesse, i mezzi di produzione diventano inattivi e larghe quantità di forza lavoro vengono dismesse. Detto più semplicemente, sulla base della folle logica dei mercati può accadere che uomini che si trovano accanto a luoghi di produzione pienamente funzionanti muoiano di fame.

Poiché la produzione non viene controllata dalla società, la “capacità economica” di un’impresa viene misurata unicamente in base al livello di profitto che essa stessa raggiunge. Già solo sulla base della concorrenza il profitto dell’impresa viene massimizzato per quanto possibile. Chi fa più profitto può, grazie a maggiori investimenti, crescere più velocemente ed assicurare al meglio la propria sopravvivenza economica. D’altra parte il profitto è anche l’unico scopo della produzione capitalistica: dal denaro deve venire maggior denaro. Maggior profitto significa migliori traguardi economici, maggior crescita economica. Questa linea di condotta non si modifica neanche in assenza di interessi. Il profitto normalmente non viene consumato o speso, dal capitalista immaginario dei liber-monetisti, in yacht o champagne, ma viene reinvestito in ulteriore produzione di profitto. Questo è precisamente il folle meccanismo autoreferenziale del capitalismo, voler produrre per produrre, lavorare per lavorare, investire per poter investire di più. La libera moneta non cambia una virgola di questa folle mania, piuttosto la rinforza.

L’interesse gioca in questo circolo vizioso, una volta che ne se è accettata la folle logica, un ruolo completamente “razionale”. Il capitale monetario viene dislocato tendenzialmente, in modo corrispondente alla legge di mercato della domanda e dell’offerta, nei rami con le più grandi aspettative di profitto e quindi anche con il più alto fabbisogno di capitale, il quale non si indirizza certo verso i bisogni degli uomini, bensì verso le esigenze della valorizzazione. Questo meccanismo viene controllato in modo indiretto attraverso la concessione dei crediti e l’aumento degli interessi, dunque senza il consenso diretto delle imprese. Gli investimenti considerati a rischio o a basso rendimento ricevono più difficilmente credito di quelli da cui ci si aspetta un sicuro e alto profitto. Senza interesse non ci sarebbe né stimolo né orientamento per questo processo di distribuzione del capitale.

Nello spazio del sistema capitalistico l’alternativa al meccanismo del credito del libero mercato finanziario sembrerebbe consistere nell’investimento pianificato dallo stato. Ciò richiede il potere discrezionale da parte dello stato su tutte le risorse e una estesa burocrazia statale. Il socialismo reale ha mostrato verso quali problemi tutto questo conduca. Il liber-monetismo vuole quanto più possibile respingere lo stato, ovvero liquidarlo, e realizzare un mercato che premi il rendimento del lavoro. Solo che il “denaro senza interesse” può funzionare solo in una economia nazionale isolata dal mercato mondiale, nella quale la banca nazionale centrale eserciti pieno controllo. Già sin dall’inizio l’introduzione della libera moneta causerebbe una fuga di capitali senza precedenti e con ciò grossi problemi economici. Non venne realizzata nemmeno nel periodo nazista, contrassegnato dal protezionismo e dalla folle idea anti-semita di una “rottura della schiavitù dell’interesse”. Nell’epoca della globalizzazione un tale scenario isolato semplicemente non è immaginabile. Quelle che una volta erano “economie nazionali” sono adesso sempre più interconnesse, tanto da non poter più uscire dal mercato mondiale.

L’esaurimento di possibilità di crescita più convenienti che necessitavano di una relativa maggior occupazione, così come la recessione nella crescita del mercato interno, crearono agli inizi degli anni ’70 importanti presupposti per l’attuale processo di globalizzazione del capitale. Da questo tipo di sviluppo non si può tornare indietro. L’ipotesi liber-monetista – che fra l’altro si nasconde dietro le comuni rappresentazioni della critica alla globalizzazione à la Attac – per la quale il rigonfiamento dei mercati finanziari e l’indebitamento pubblico e privato sono la ragione della crescita stagnante e della crisi economica è falsa. La connessione è esattamente rovesciata: il capitale fluisce sui mercati finanziari perché già dagli inizi degli anni ’70 il profitto nella produzione delle merci è receduto.

Il liber-monetismo rivela la sua fondamentalmente erronea comprensione del capitalismo, fra le altre cose, quando indica come esempio le monete del medioevo (i “bratteati”) come prova dei benefici effetti della libera moneta. Non vogliamo qui entrare sulla supposta connessione causale fra i bratteati, una valuta medievale con continua perdita di valore, e il benessere. Qui deve solo esser fatto rilevare che il denaro nella società feudale del medioevo giocava un ruolo marginale e non è comparabile con il denaro del capitale odierno. Sui mercati medievali non esisteva alcuna libera formazione dei prezzi, gli uomini della società feudale non erano costretti a vendere la loro forza lavoro, non c’era alcun capitale industriale, dominava la produzione per il proprio bisogno, la vita della comunità non era retta da anonime relazioni di diritto e di denaro ma da relazioni sociali personali. Poiché mancava una libera formazione di prezzi imposta dal capitale che produce profitto, non è possibile paragonare l’usura medievale con l’interesse capitalistico.

Sulla base di tutte le suddette debolezze, insulsaggini e indiscutibili aspetti politici i seguaci e le seguaci della “moneta senza interesse” si distinguono dalla dottrina della libera moneta. Ciò viene fatto sicuramente in modo sincero, e perciò è una cosa buona. Rispetto alla infondatezza dell’idea di un “denaro senza interessi” non cambia però di fatto proprio niente, sia che si accompagni ad altre idee riformatrici o ne richieda per sé sola la paternità. Le crudeltà della società della merce non si lasciano curare con una operazione superficiale, bensì sono da rigettare fuori dal mondo attraverso il superamento della forma merce e della valorizzazione.

1 La dottrina della libera moneta vuole affrancare l’economia di mercato dal capitalismo. Nel nostro modo di intendere la cosa, entrambi i concetti richiamano invece due facce di una stessa medaglia. Essi si co-appartengono inseparabilmente: l’economia di mercato contrassegna l’aspetto del commercio delle merci, il capitalismo quello della produzione delle merci. Le espressioni “dell’economia di mercato” e “del sistema capitalistico” significano perciò essenzialmente lo stesso. Anche il socialismo reale va posto nello stesso filone del sistema capitalistico dell’economia di mercato. Si tratta del tentativo, condannato al naufragio, di una economia di mercato pianificata. Come capitale la teoria della libera moneta intende solo il capitale monetario. Dal nostro punto di vista, il capitale non è una cosa, bensì un incessante processo fine a se stesso di accrescimento di valore economico. Questo processo comprende tanto il denaro quanto la merce (materia prima, mezzi di produzione, forza-lavoro). La critica del capitalismo, qui solo schizzata, si distingue perciò in modo fondamentale dalla “critica del capitalismo” della teoria della libera moneta.

2 Bakker, L. (2000): Wachstum wider Willen? (Crescita controvoglia?) In: Heinrich-Böll-Stiftung: Jenseits des Wachstums (oltre la crescita), Politische Ökologia 66.