31.12.2005  Beitrag drucken

Critica del lavoro e emancipazione sociale

Alcune note alla critica di Luca Santini al Manifesto contro il lavoro (in infoxoa 16)1

03/2005

per Norbert Trenkle

Nessun’altra delle pubblicazioni di Krisis ha avuto quanto il Manifesto contro il lavoro una tale risonanza anche fuori dai paesi di lingua tedesca. Il che significa anche che nessun’altra pubblicazione ha attirato così tante critiche. È interessante notare qui che sebbene esse rimandino a specifiche discussioni in seno alle varie sinistre di differenti paesi, c’è però qualcosa di palesemente comune in tutte queste critiche, al di là delle differenze: un fondamento comune, il quale appare così ovvio che nessuno ci fa più caso.

Lavoro: il principio coercitivo centrale del capitalismo

Tanto facilmente la polemica contro il lavoro, inteso come principio sociale coercitivo, trova un’ampia risonanza (tra l’altro anche proprio presso coloro che altrimenti sono del tutto estranei ai discorsi di sinistra), tanto più la basilare critica del lavoro si scontra regolarmente, insieme alle sue implicazioni, con una sua violenta difesa. Perché anche le correnti più radicali sono sempre state d’accordo con il modo di pensare più corrente, al di là di tutte le differenze, e cioè che il lavoro sia (debba essere) una categoria sovrastorica, più o meno esteriormente assoggettata al dominio del capitale e perciò la sua “essenza” si trovi (si debba trovare) fuori ed oltre il capitalismo.

La critica del lavoro, nel senso del Manifesto, non si rivolge solo contro questa ontologizzazione ed apoteosi del lavoro. Essa vuole mostrare che il lavoro è il principio coercitivo e di mediazione centrale della società produttrice di merci, che costituisce una specifica forma impersonale e autonoma di dominio che Marx ha definito con il concetto di feticismo. Questo dominio si esprime in primo luogo sui singoli attraverso la fondamentale costrizione a porre la propria energia vitale in qualche modo al “lavoro” ai fini della sopravvivenza, ovvero di vendersi come “forza lavoro” contro un salario, ovvero di produrre qualsiasi merce (prodotti materiali o servizi), merce nella quale il proprio tempo di lavoro viene “rappresentato” in forma oggettivata, e metterla sul mercato. E questo significa: gli uomini nella società produttrice di merci mediano le loro relazioni reciproche e verso l’aggregato sociale nel suo insieme attraverso il lavoro, più precisamente attraverso l’impiego di forza lavoro. Questa mediazione non riguarda però gli specifici contenuti di fatti qualitativamente diversi, dunque il lato concreto del lavoro e delle merci prodotte. Piuttosto, viene astratta da questi contenuti. Non conta cosa, come e in quali condizioni esse vengano prodotte, conta esclusivamente che la forza lavoro venga impiegata nella produzione delle merci.

I lavori dai più diversi contenuti vengono così portati a un denominatore comune, e l’uno sull’altro appiattiti. Esistono in quanto differenti rappresentazioni del “lavoro astratto”. La differenza materiale e qualitativa dei fatti e degli oggetti prodotti viene cancellata entro questo mettere-in-relazione. In questo senso, ad esempio, l’assemblaggio di un motore e la cura di un malato in una clinica sono la stessa cosa, poiché entrambi questi fatti vengono ridotti ad impiego di energia vitale nella forma del lavoro. Valgono cioè come specifiche porzioni di tempo di lavoro astratto impiegato e rappresentano – conformemente a questo tempo di lavoro – un determinato “valore”

Questa estremamente univoca e storicamente del tutto specifica forma di mediazione sociale è inseparabilmente legata al sistema di produzione delle merci come sistema sociale. Ciò perché l’assurdità sottesa all’imprigionare l’attività vivente in una categoria sociale oggettivata, rappresentandola come “lavoro morto” o “valore”, ha bisogno di un veicolo materiale: la merce. Questa però non funge solo come mero oggetto di scambio, prodotto per acquistare altro valore d’uso. Senz’altro ognuno realizza, vendendo la propria forza-lavoro per l’acquisto di beni di consumo, il semplice circolo merce-denaro-merce. Tuttavia questo circolo si colloca nel contesto e al servizio di un anteriore “più alto fine”: il fine di fare più denaro dal denaro, cioè la valorizzazione del valore. Ogni singola merce è un semplice mezzo per questo scopo. Essa funge in primo luogo come portatrice e rappresentante del valore, il quale in ultima istanza deve sempre rappresentarsi come denaro. Il suo lato concreto, il valore d’uso, è solo uno scarto di questa funzione, fastidiosa qualità materiale, senza però la quale la vendita purtroppo non sarebbe realizzabile (ciò che si vede, fra l’altro, osservando le merci stesse).

La mediazione sociale sul lavoro

Poiché però il valore altro non rappresenta che “lavoro morto”, l’accumulazione di capitale non è qualcosa di esterno al lavoro, bensì il suo proprio carattere in quanto principio coercitivo e di mediazione generale e sociale. Accumulazione di capitale non significa altro che il lavoro vivo permanente deve essere impiegato al fine di aggiungere nuovo “lavoro morto” a quello già accumulato. Siccome in questo modo il lavoro astratto si relaziona stabilmente solo con se stesso, possiamo dire che, per quanto riguarda l’utilizzo del lavoro, si tratta di un movimento di mediazione autoreferenziale, che ha come proprio fine se stesso e che si riproduce autonomamente. Si tratta di una mediazione sociale la cui essenza si rende indipendente dal volere umano, che appare visibilmente dinanzi agli uomini come violenza esterna e a loro impone le sue leggi, sebbene si tratti al tempo stesso della mera forma della loro propria relazione sociale. Per dirla con Marx: “È solo la determinata relazione sociale degli uomini stessi, la quale viene qui assunta come la fantasmagorica forma di una relazione fra cose (…) Questo io chiamo feticismo, il quale si appiccica ai prodotti del lavoro appena essi vengono prodotti come merci, e che da quel momento diviene inseparabile dalla produzione delle merci” (Marx)

La critica del lavoro sotto questa prospettiva significa dunque molto di più che una critica ad una determinata forma di attività e alle diverse costrizioni del processo capitalistico di lavoro o di produzione, così come al regime di comando capitalistico o all’estorsione di plusvalore. Essa significa critica al principio costitutivo della coercizione e mediazione capitalistica, il quale è inseparabile dalle forme feticistiche della merce e del valore. Significa il definitivo distacco da ogni relazione positiva con il “punto fermo del lavoro”, per quanto possa oggi venir modernizzato e diluito. Significa anche un cambio di prospettiva fondamentale nella critica del capitalismo.

Luca Santini non vede, nella sua discussione sul Manifesto, questo cambio di prospettiva quando scrive che: “gli autori del gruppo Krisis non afferrano tuttavia il momento cruciale su cui si fonda l’alleanza sotterranea tra capitale e lavoro; essi occultano infatti il momento della creazione e dell’estrazione di plusvalore, cioè il processo per cui il lavoro produce valori di cui il capitale si impossessa”. Questa affermazione è in sé già stonata, perché con l’“estrazione del plusvalore” viene contrassegnata proprio la immanenza della contrapposizione tra gli interessi senza che venga colta l’”alleanza” fra lavoro e capitale. Questa contrapposizione di interessi, presa per sé, non ha niente di dirompente, ma rappresenta invece un momento interno dello sviluppo della società delle merci. Questo non significa che sia la contrapposizione a costituire l’identità fra capitale e lavoro, bensì piuttosto che la presuppone già. Guardando in modo riduttivo allo sfruttamento Luca Santini non riesce a vedere proprio questo presupposto della costituzione sociale, il comune campo di relazioni del lavoro e del capitale, campo all’interno del quale si dispiegano anche gli interessi contrapposti. Egli presuppone implicitamente il lavoro come categoria ontologica, sovrastorica, la quale entra in rapporto con il capitale solo in quanto viene da esso soggiogata e sfruttata. Queste due categorie sono – secondo Luca Santini – “in sé” estranee e non derivano in alcun modo da una comune relazione sociale.

Lavoro e agire strumentale

Non meraviglia perciò che Luca Santini, ignorando il nesso costitutivo dell’identità di lavoro e capitale, riesca a chiarirlo solo superficialmente: “gli autori coinvolgono in un’unica critica il capitale e il lavoro poiché entrambi risultano animati da un agire strumentale, dimentico degli scopi concreti e dei fini materiali insiti nell’attività di produrre”. Certo, possiamo anche determinare il lavoro come attività strumentale, ma così non abbiamo in alcun modo compreso che proprio su ciò riposa l’identità di lavoro e capitale. Questa determinazione si dà piuttosto come carattere del lavoro inteso come principio autonomo di movimento e mediazione sociale della società produttrice di merci. L’indifferenza verso i singoli fini sorge dalla fondamentale indifferenza del movimento della valorizzazione per il valore d’uso della merce, il quale rappresenta solo un fastidioso accessorio. Moishe Postone ha analizzato molto a fondo tutto ciò nella sua fondamentale opera “Time, Labor and Social Domination”: “Quindi la produzione per produrre (plus)valore è una produzione dove lo scopo stesso è un mezzo. Cioè la produzione nel capitalismo è necessariamente orientata quantitativamente, verso una massa sempre crescente di plusvalore. Questa è la base dell’analisi di Marx della produzione nel capitalismo, come produzione per la produzione. La strumentalizzazione del mondo, all’interno di tale struttura, è una funzione della determinazione della produzione e delle relazioni sociali che nascono attraverso questa forma storicamente specifica di mediazione sociale – non è una funzione della crescente complessità della produzione materiale come tale. La produzione per la produzione significa che la produzione non è più un mezzo per un fine reale ma un mezzo per un fine che è esso stesso un mezzo, un momento in una catena di espansione infinita. La produzione nel capitalismo diventaun mezzo per un mezzo”.2

Anche per gli stessi lavoratori la relazione strumentale con la loro attività proviene dal carattere specifico del lavoro che produce merci. Per loro il lavoro è solo un mezzo per un fine, quello di poter partecipare alla ricchezza sociale e comune della merce, ovvero di mediarsi con il loro proprio legame sociale. Da ciò dipende l’astrazione da ogni contenuto specifico della loro attività. Ciò che deve interessare del loro lavoro, è il valore di scambio, il quale rende loro possibile di acquistare altre merci. Il valore d’uso non ha nulla a che fare con il lavoro che eseguono. A tale riguardo si rapportano di fronte al concreto contenuto del lavoro in modo indifferente e strumentale, esattamente come lo stesso movimento di valorizzazione in quanto tale.

È tutto fuorché marginale in quale quadro di riferimento venga posta la critica dell’agire strumentale. Quando Luca Santini scrive che la nostra critica del lavoro sia da riportare a una una “argomentazione dall’indubbio sapore francofortese” mostra il proprio il rimprovero alla teoria critica, nella cui tradizione egli inserisce anche il Manifesto. Che noi si debba molto alla teoria critica, questo naturalmente non può essere negato. Tuttavia non può essere ignorato che la loro critica dell’agire strumentale, per come l’ha sviluppata in particolare Horkheimer, si richiami espressamente ad una comprensione sovrastorica del lavoro inteso in senso generale come “lavoro della natura”. La prospettiva dunque è completamente diversa. La strumentalità è un inseparabile contrassegno del rapporto con la natura e l’attività umana per eccellenza, un destino ontologico dell’esser uomo, che perciò non può neanche venir superato. La sua origine si ha praticamente da quando gli uomini hanno cominciato a procurarsi di che vivere. Che la società moderna possieda in ogni sua parte un carattere strumentale non conduce Horkheimer a coglierne la costituzione capitalistica. L’origine di ciò sarebbe piuttosto nella crescente complessità della produzione materiale e nello sviluppo dei metodi di produzione industriale.3 Questa concezione (orientata su Max Weber) è chiaramente del tutto internamente apparentata con la comprensione del lavoro ontologizzato tipica del marxismo tradizionale, per il quale il lavoro come presunto principio non capitalistico rappresenta la quintessenza della ragione, la leva per il superamento del capitalismo stesso. Horkheimer prende invece la prospettiva contraria: egli non oltrepassa il “punto fermo del lavoro”, bensì lo capovolge soltanto nel suo contrario pessimistico. Egli non può più riconoscere alcuna speranza di un superamento della strumentalità del rapporto col mondo. Moishe Postone ha perciò con ragione coniato il concetto di “pessimismo critico”.4

La fine del lavoro

Anche la critica di Luca Santini alla diagnosi di crisi da “fine del lavoro” elude il nocciolo della questione. Il suo punto di vista al riguardo è che “la disoccupazione non è il problema esplosivo che condurrà alla fine dell’epoca moderna, perché contemporaneamente alla distruzione dei vecchi tipici ‘posti di lavoro’, nuovi lavoro sorgono, e nuove occasione di estrazione del plusvalore continuamente crescono”. Come prova per questa tesi si appoggia in particolare sulla crescita dell’”economia informale” e dell’”ampio settore del volontariato”. La debolezza fondamentale di questa critica consiste in ciò, che essa non entra in relazione con i nessi teoretici fondamentali della diagnosi di crisi, ma ad essi obietta esempi più o meno immediati, visibili, in apparenza evidenti ed empirici. Con ciò però restano in piedi tutti gli aspetti contradditori con cui il processo di crisi si afferma e si dà.

Fra queste aspetti contradditori vi è che la forma del lavoro si è di fatto quasi universalmente affermata, che dunque ovunque sempre più uomini sono costretti a vendere la loro forza lavoro, sia direttamente o comunque in relazione alla produzione di merci o alla fornitura di servizi, per poter sopravvivere. Ciò dipende semplicemente dal fatto che la produzione delle merci ha distrutto o marginalizzato ogni altra forma di riproduzione sociale. Ma tutto ciò non dice nulla sul fatto se questi lavori producano anche valore, se contribuiscano alla accumulazione di capitale e in quale misura. Nel citato “volontariato” di Luca Santini (e il connesso lavoro coercitivo statale) non è comunque questo il caso, poiché lì di regola sostituiscono solo attività statali o pubbliche, che precisamente delimitano la cornice entro la quale il capitale si può valorizzare, ma non ne fanno parte. Che essi in crescente misura non possano più venir finanziati da tasse e imposte (sebbene siano necessarie per funzionari dell’amministrazione capitalistica) parla del resto non certo contro la diagnosi della crisi, bensì può venir preso come un sintomo della crisi stessa: la massa di valore si restringe, perciò lo stato può prelevarne sempre meno.

Ma anche una ragguardevole parte del settore informale non contribuisce alla creazione di plusvalore e perciò all’accumulazione di capitale. Ciò non vale solo per il grande ambito della mutualità, ma anche per tutte quelle innumerevoli attività che sono legate alle forme della merce e del denaro ma servono solo per la riproduzione personale. Così ad esempio il valore prodotto da un lustrascarpe o da una donna delle pulizie finisce inesorabilmente nel consumo e non serve alla valorizzazione del capitale. Ciò vale del resto indipendentemente dal fatto che queste attività vengano esercitare “formalmente” o “informalmente”, in quanto non è questa la cosa decisiva. Tuttavia è proprio la velocissima crescita dell’”informale” non solo nelle periferie, ma in modo crescente anche nelle metropoli, un segno del venir meno della sostanza del lavoro. Ciò mostra come la creazione di valore ricada troppo poco su una grande parte del mondo, che non basta né per la valorizzazione del capitale (per mezzo del plusvalore) né per il finanziamento delle funzioni statali (per mezzo delle tasse e delle imposte) né per l’assicurazione del futuro personale (per la previdenza e il risparmio), bensì nel migliore dei casi può garantire ancora una precaria sopravvivenza a livelli sempre più bassi.

High Tech e precarizzazione

Anche fare riferimento al fatto che la massa di lavori precari nelle innumerevoli piccole aziende dello sfruttamento capitalistico, nelle grandi fattorie come nelle grandi fabbriche multinazionali (siano essi nel settore informale o meno) sarebbero, secondo il loro stesso carattere, produttivi di valore non confuta in alcun modo la diagnosi di crisi in quanto non è posta affatto la questione del livello di produttività di questi lavori. Tale questione è però altamente significativa, perché notoriamente il valore di un prodotto non si dà semplicemente in base al tempo di lavoro direttamente usato per la sua produzione, ma in base al tempo necessario socialmente. Esso viene per altro definito attraverso il livello di produttività di volta in volta predominante, e questo oggi significa attraverso lo standard di produttività dei settori chiave iper-razionalizzati e tecnologizzati della produzione mondiale. Ogni singola ora di lavoro nel mondo deve essere misurata rispetto ad essi: se non raggiunge il loro livello, per conseguenza non rappresenta un corrispondente valore sufficiente. Ciò rimanda ad un aspetto centrale del dominio astratto del valore: in quanto principio universale presupposto, esso pone al tempo stesso la misura universale per il tempo di lavoro e per l”efficienza”, a cui in ultima istanza tutti gli uomini sulla terra devono essere sottoposti, senza peraltro poter influire su di esso. Su tutto ciò il mercato mondiale veglia inesorabilmente.

Cosa significa tutto questo? In primo luogo, là dove la produzione non viaggia al più alto livello tecnologico e organizzativo la produttività mancante può venir “compensata” attraverso il prolungamento degli orari di lavoro, il peggioramento dei livelli standard del lavoro e il risparmio sui costi della sicurezza sul lavoro, sull’inquinamento ecc. Tuttavia, anche quando con questo viene raggiunta una proficua valorizzazione del singolo capitale in questione, ciò non significa in alcun caso una crescita della massa di valore sul piano del capitale generale. Questo perché la forza lavoro così utilizzata è, commisurata al livello mondiale, estremamente sotto-produttiva, in quanto ad esempio 12 ore di brutale fatica in una fabbrichetta rappresentano meno valore di un’ora o anche pochi minuti di lavoro in una fabbrica multinazionale high-tech. Anche se gli uomini nei “paesi a basso salario” fossero spremuti ancora di più, il gigantesco (e sempre più crescente) buco produttivo non potrebbe mai venir compensato. L’enorme allargamento del miserabile lavoro precarizzato non è espressione di una estensione della base di valore, cioè di accumulazione del capitale, e con ciò di una soluzione capitalistica della crisi, bensì dello sviluppo e dell’imporsi della crisi stessa. Mentre per i singoli capitali è indifferente come conseguano i loro profitti, e quindi combinano, secondo l’occasione e i costi, settori altamente produttivi high-tech con lavoro sottopagato e sotto-produttivo, la massa degli uomini viene semplicemente costretta a vendersi in qualche modo, perché, alle condizioni sociali date, non ha altre alternative.

Di fatto si tratta, in questa “coesistenza”, del contradditorio e dinamico processo di una spirale verso il basso di disgregazione della base del valore e di precarizzazione. Mentre da un lato il livello di produttività nei settori chiave della produzione mondiale risale sempre di più in alto e viene così in modo permanente ridotto il valore del lavoro sotto-produttivo, la sostituzione/rimozione del lavoro vivo acuisce al tempo stesso la concorrenza “dumping” fra coloro che sono stati resi superflui, i quali sono costretti a vendere la loro forza lavoro. Questa spirale è espressione del processo fondamentale della crisi, che può andare avanti ancora per molti decenni, ma che conosce però una sola direzione: verso il basso.

Congedo dalla metafisica della storia

Luca Santini critica la diagnosi della estinzione della sostanza del lavoro, non solo come falsa e “oggettivistica”, ma aggiunge il rimprovero che il Manifesto prende al tempo stesso una scappatoia verso uno “scenario radicalmente soggettivistico” riguardo a una prospettiva di emancipazione, perché il “soggetto della prassi di riappropriazione” non viene “sociologicamente determinato”. Alla base di questa obiezione vi è implicita la metafisica della storia del marxismo tradizionale, secondo il quale la prognosi di limiti oggettivi della società capitalistica è sempre inseparabile dal suo superamento. Ciò proviene dalla visione al tempo stessa superficiale e positiva della contraddizione tra forze di produzione e rapporti di produzione. Poiché questa contraddizione avrebbe dovuto preparare la società socialista, spingendo avanti la socializzazione dei mezzi di produzione e al tempo stesso acuendo la contrapposizione fra le classi, finché “il proletariato” non avesse preso coscienza e avesse spezzato il dominio “del capitale”. In questa prospettiva viene sempre “oggettivamente” presupposto il soggetto dato dell’emancipazione, che diventa cosciente del suo compito storico e deve organizzarsi di conseguenza.

Insieme al congedo dall’ottimismo storico del movimento operaio la sinistra ha gettato anche il pensiero di un limite inerente del capitalismo stesso. Chi persevera a pensarlo, si espone al rimprovero della metafisica della storia. D’altra parte appare chiaro che il capitalismo possa durare in eterno, fino a che un forte soggetto antagonista non lo spazzi via. Questo punto di vista sembra non aver più bisogno di alcuna ulteriore fondazione. Non viene assolutamente in mente ai suoi sostenitori che sia esso stesso profondamente una metafisica della storia, poiché ascrive al capitalismo una vita eterna e una infinita potenza di rigenerazione, senza fondare tutto ciò. L’ottimismo storico, che oggi appare grottesco, del vecchio movimento operaio e del marxismo tradizionale non era però falso perché insisteva su una logica oggettivante, la quale risultava dalla contrapposizione fra le forze di produzione e i rapporti di produzione. Falso era innanzitutto cercare di trasfigurare la qualità storica e del tutto specifica della società capitalistica con una invadente logica della storia (“materialismo storico”), e in secondo luogo di attribuire ad essa la capacità di condurre, alla fine, almeno sino alla soglia dell’emancipazione sociale.

In realtà l’autonoma logica di sviluppo della società produttrice di merci non è, nella sua tendenza fondamentale, in alcun modo positiva. Anche se ne è uscito un certo potenziale che potrebbe essere usato e sviluppato pienamente in modo sensato in una società liberata, ciò non significa che essa abbia creato anche le condizioni oggettive e soggettive di un suo superamento. In quanto sistema feticistico autonomo, nel quale le relazioni sociali esistono in forma oggettivata e dominano visibilmente gli uomini nella forma di una violenza in apparenza esterna, che si pone di fronte ad ogni contenuto concreto e scopo sensibile in modo del tutto indifferente, ad esso è inscritta una fondamentale tendenza annientatrice e distruttrice.

Liquidare questo come “catastrofismo” finirebbe per non far vedere la reale catastrofe, e cioè che il processo di crisi significa già oggi del tutto realmente per una grande parte dell’umanità essere dichiarata superflua dal sistema del lavoro astratto. Poiché la crisi prepara la sua peggiore devastazione proprio là dove una ampia valorizzazione del capitale non è più possibile. Laggiù dove, con la rottura della partecipazione al mercato mondiale, sono caduti anche gli stati nazionali e adesso bande di predatori proseguono la concorrenza in forma di guerra e saccheggi – come in parti dell’Africa e del vecchio blocco dell’est. Oppure là dove l’accesso a terreni agricole, edifici e fabbriche viene proibito, sebbene non possano più essere utilizzabili in senso capitalistico in quanto i mercati di sbocco sono crollati. Non interessa che gli uomini muoiano di fame, sebbene proprio accanto le risorse restino a giacere inutilizzate in quanto non sono più “redditizie” nella forma di lavoro e produzione di merce. Viene così pienamente in luce, nella sua durezza, l’assoluta indifferenza di questa forma sociale verso i bisogni concreti degli uomini. Le risorse quindi sono socialmente “valide” solo quando rappresentano valore e possono essere impiegate per la valorizzazione del valore. Ogni altra possibilità di utilizzo, come la produzione di alimenti per coloro che hanno fame ma non possiedono alcun mezzo per acquistarli, viene immediatamente dichiarata inammissibile e se necessario impedita con la violenza. Il carattere di fine in sé della forma merce diventa qui del tutto grottesco. La forma sociale viene ora salvaguardata con tutta la violenza possibile, sebbene la sua sostanza, l’uso massificato di forza lavoro vivente, sia svanita. Il feticismo del lavoro e della forma merce si rovescia così nell’aperto annientamento del mondo. Ciò che non rientra più nei principi della forma sociale della merce, non deve più esistere.

La lotta per l’emancipazione

Sotto queste condizioni, la difficoltà consiste in ciò, e cioè che un movimento di emancipazione sociale si può formare solo contro la logica oggettivante di distruzione e annientamento propria del processo di crisi. Questa è una situazione storica fondamentalmente diversa da quella in cui prese vita il movimento operaio. Come rappresentante organizzato della merce forza lavoro, esso era favorito per il fatto di avere come riferimento l’oggettiva tendenza ad una generalizzazione del sistema della merce e del lavoro, e questo attizzò il suo ottimismo storico, sebbene in verità fosse un segno della sua fondamentale immanenza. Con ciò non si può negare che nel movimento operaio ci siano stati molti momenti e tendenze emancipatori, che sono andati oltre l’immanenza delle lotte per un riconoscimento sociale della forza lavoro operaia. Tuttavia essi non hanno rappresentato l’”essenza” del proletariato, bensì piuttosto al contrario ciò che trascendeva questa essenza. Perciò furono, anche sotto la oggettiva pressione del movimento di espansione capitalistica, integrati o neutralizzati. La possibilità di emancipazione sociale non si fonda sul fatto che un predestinato “oggettivo” soggetto sociale nelle sue lotte diventa da soggetto “in sé” a soggetto “per sé”, bensì nel fatto che tali momenti principalmente sono contenuti in ogni resistenza sociale contro le pretese del processo di crisi e la sua amministrazione (post)politica su tutti i terreni e in tutti gli ambiti del legame sociale. Quello che importa è cosa più tardi se ne svilupperà. Un premessa fondamentale per ciò è la consapevolezza che all’interno della logica capitalistica non può più darsi alcuna prospettiva e che perciò la riappropriazione della ricchezza sociale in rottura con questa logica rappresenta una necessità esistenziale. Per questo l’analisi della crisi è tutt’altro che una esortazione ad attendere la propria morte. Essa piuttosto delimita il quadro nel quale le lotte per l’emancipazione sociale si muoveranno entro le condizioni del 21° secolo.

Altri testi italiani di Krisis sono disponibili sul sito www.krisis.org

1Si tratta della riduzione della replica alle differenti critiche al Manifesto contro il lavoro apparsa nel numero 28 della rivista Krisis (Münster, 2004). Tutte le citazioni del testo di Luca Santini riportate in questo scritto rimandano all’articolo apparso su Infoxoa n.16 (pp.)

2 Moishe Postone: Time, Labor, and Social Domination, Cambridge University Press, New York 1993, p. 181

3 M. Horkheimer, Eclissi della ragione. Critica della ragione strumentale. Einaudi 2000 [1947]

4 Postone 1993, p. 104 sgg.