06.04.2013  Beitrag drucken

Tutte le banche centrali stanno per trasformarsi in “bad banks”

Intervista con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle sulla crisi economica e finanziaria (I parte)

a cura di Reinhard Jellen

apparsa originariamente su Telepolis, Heise Zeitschriften Verlag (1.8.2012)

Nuvole nere all’orizzonte: mentre in Europa le economie rischiano di cadere come le pedine del domino e la fine dell’euro è in vista, le contro-misure politiche adottate[i] sembrano per contro, nonostante le dimensioni assurde della crisi (la Germania ha, ad esempio, attualmente[ii] per un debito complessivo € 644.000.000.000), destinate ad essere sempre meno efficaci.

Qualsiasi soluzione al problema sembra trasformarsi di fatto in un problema ancora più grande e continuare ad aggravare ed approfondire la crisi economica, debitoria e finanziaria. Questa crisi[iii], con la prospettiva del crollo dell’ultima bolla finanziaria rimasta, cioè quella del credito statale con la minaccia dell’inflazione, potrebbe far apparire il Venerdì nero del 1929 come una piacevole passeggiata in una soleggiata Domenica di Pasqua. Pubblichiamo qui un colloquio con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle del gruppo Krisis, che individuano nel loro libro “La grande svalutazione”[iv]  la nostra epoca come il momento storico in cui l’economia borghese incontra i suoi limiti definitivi.

-Che cosa si capisce con Marx sulla crisi attuale[v] meglio che con altri teorici?

Ernst Lohoff: Innanzitutto è necessario tenere presente il dibattito attuale sulla crisi, che è caratterizzato da una bizzarra discrepanza. Da un lato si afferma che si tratta di una crisi di “proporzioni storiche”, e ogni due settimane c’è un nuovo vertice alla fine del quale i principali leader annunciano che avrebbero salvato l’economia mondiale proprio poco prima della caduta definitiva. D’altra parte, però, le spiegazioni per questo drammatico sviluppo sono estremamente scarse. Il dibattito ufficiale sulla crisi si muove al livello dell’idraulico dilettante che ripara qua e là un paio di tubi, mentre al piano inferiore la cantina è allagata. Vengono discusse tutta una serie di misure finanziarie e tecnologiche, ma nessuno sa esattamente che cosa ne verrà fuori, perché manca un’analisi teoreticamente fondata del processo di crisi in corso.

Gli esperti delle dottrine economiche prendono apertamente atto del fallimento della loro disciplina. Per esempio, il professore di Harvard ed ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha detto recentemente in una rivista di settore[vi], i molto eleganti modelli economici, che hanno dominato il mondo accademico per decenni, sono, in pratica, “molto, molto inutili. Quando il grande shock è arrivato, hanno dimostrato di essere senza valore”.

-A che cosa è dovuto questo fallimento totale?

Ernst Lohoff: Noi pensiamo che sia già nel modo di porre la questione. La questione fondamentale della nostra epoca di crisi è davvero evidente. Perché una società, la cui capacità produttiva è esplosa, dove cioè si può produrre una ricchezza infinita, si renderebbe conto che probabilmente “ha vissuto oltre le proprie possibilità”? La risposta a questa domanda si trova in Marx – sempre che lo leggiamo criticamente e contro l’interpretazione del marxismo tradizionale e della cosiddetta „Marx-Renaissance“, a cui stiamo assistendo proprio adesso.

„Il capitale“ di Marx non inizia con l’antagonismo tra capitale e lavoro, ma con la „forma elementare“ della società capitalistica: la merce. Marx mostra che la contraddizione fondamentale si trova già proprio nella merce, ed è attraverso questa contraddizione che si possono spiegare le crisi del capitalismo in generale e la crisi attuale in particolare. È la contraddizione tra due diverse forme di ricchezza: la ricchezza materiale, che si esprime nella produzione di beni, e la ricchezza astratta, che viene rappresenta nella categoria del valore e gestita come denaro.

Sotto le condizioni del moderno modo di produzione delle merci, cioè nella società capitalistica, la ricchezza materiale viene sempre e solo prodotta nella misura in cui può anche esistere come valore, nella misura cioè in cui essa contribuisce alla valorizzazione del capitale. La produzione di beni è qui sempre e solo un mezzo per un fine, ad essa esterno, cioè al fine autoreferenziale di fare più soldi dai soldi. Se tale obiettivo non può essere soddisfatto in quanto l’impiego di capitale non trova sbocchi, si blocca anche la produzione di ricchezza materiale: vengono così distrutte merci perché non più vendibili, nonostante bisogni di masse enormi rimangano insoddisfatti. Ad esempio, le persone devono vivere in tende, mentre le loro case restano vuote, solo perché esse non sono più in grado di pagare i loro prestiti.

-Che cosa caratterizza la crisi economica della società borghese, rispetto ad altre epoche?

Norbert Trenkle:  In linea di principio si può dire che le crisi nel capitalismo non nascono dalla mancanza, ma sorgono dall’eccesso e in mezzo a questa abbondanza. Questa è una follia, che l’economia politica ufficiale non può spiegare, perché essa naturalizza la produzione di ricchezza astratta. La produzione di merci le appare come una forma quasi naturale di attività economica umana. Pertanto, non ha occhio per la contraddizione interna tra produzione di ricchezza materiale e produzione di ricchezza astratta ed è cieca sulle cause di fondo[vii] del processo di crisi.

-Che tipo di crisi economica è esattamente quella presente?

Ernst Lohoff: Marx distingue tra le crisi generali e specifiche, ed afferma: “Tutte le contraddizioni della produzione borghese vengono collettivamente ad esplosione nelle crisi mondiali generali, nelle crisi particolari (particolari secondo il contenuto e l’estensione) solo in maniera dispersa, isolata, unilaterale”.[viii] Di conseguenza, nessuna crisi nella storia del capitalismo si è meritata il titolo di “crisi generale” come l’attuale, quella cioè che si è manifestata dopo il crollo del 2008. Si tratta di un intero sistema di crisi parziali che sono reciprocamente dipendenti, sovrapposte e costruite l’una sull’altra.

Ci sono due livelli che devono essere tenuti separati analiticamente. Prima di tutto, vi è una crisi strutturale della produzione di valore reale. Ciò almeno già dagli anni ’70, anche se in modo “sotterraneo”, e questa crisi non è mai stata superata e nemmeno può esserlo, perché deriva dal fatto che la produttività è troppo alta per tenere in piedi il processo di valorizzazione del capitale. Il capitale deve moltiplicarsi, altrimenti cessa di essere capitale, e per far ciò un numero sempre crescente di lavoratori deve essere impiegato nella produzione di merci. Al tempo stesso, però, la concorrenza incoraggia una inarrestabile corsa verso la produttività, la quale comporta la sostituzione di forza lavoro vivo con beni strumentali. Questa è la contraddizione interna di base del modo di produzione capitalistico, che alla fine si rivolge necessariamente contro di esso. Vale a dire, se la produttività è così alta che la forza lavoro di massa è in esubero, vengono messi in discussione i fondamenti stessi della valorizzazione del capitale. Proprio questo è ciò che costituisce il nucleo fondamentale della crisi strutturale, nella quale il sistema capitalistico mondiale è incappato dalla fine del boom del secondo dopoguerra.

-E qual è l’altra componente essenziale della crisi?

Norbert Trenkle: Questa crisi appena descritta è stata ignorata per decenni grazie alla bolla dei mercati finanziari. Dopo le crisi degli anni 1970 l’accumulazione di capitale sociale complessivo tornò di nuovo in pista e l’economia mondiale in crescita. Tale crescita, tuttavia, non proveniva più dalla produzione di valore effettivo grazie all’utilizzo di forza lavoro, ma dalla crescita esplosiva del capitale finanziario industriale. Poiché il settore finanziario ha messo sempre più titoli (di debito, di capitale, derivati) in circolazione, con questo trucco ha trasformato valore futuro, cioè valore che non ancora prodotto – e forse non lo sarà mai – in ricchezza astratta.

Questa accumulazione di capitale attraverso l’anticipazione di valore, che da lungo tempo ha assunto proporzioni astronomiche, è però essa stessa finita in crisi. Il costante aumento dei titoli, senza i quali il capitalismo non può più sopravvivere, procede, anzi accelera ancora di più, ma solo perché questa attività è ora gestita dagli stati, e soprattutto dalle banche centrali. Gli stati spingono il loro debito al massimo e le banche centrali concedono eccessivo credito alle banche private con tassi di interesse pari a zero, mentre allo stesso tempo acquistano titoli di Stato, che altrimenti nessuno acquisterebbe più. Ma anche qui vengono lentamente raggiunti i limiti, come la crisi dell’euro[ix] mostra.

-Come è cambiato il ruolo delle banche centrali nel corso della crisi finanziaria?

Ernst Lohoff:  Con il termine „capitale fittizio“ ognuno pensa innanzitutto alla forma fittizia del capitale nelle mani di attori economici del settore privato, alle pretese delle banche commerciali verso i loro debitori, alle azioni e ai titoli di stato che sono nelle mani delle compagnie di assicurazione, dei fondi pensione o degli investitori privati. Nella misura però in cui le valute si sono sganciate dall’oro, è diventato importante un altro attore per la formazione di capitale monetario nel settore finanziario e industriale, e cioè la banca centrale. La politica monetaria non significa altro che le autorità monetarie possono determinare l’ammontare del capitale monetario fittizio. Questo può essere fatto indirettamente, ad esempio attraverso la costituzione di riserve minime che le banche commerciali non possono dare in prestito.

Molto più importante però è un altra cosa: le banche centrali stesse scendono in campo in quanto operatori di mercato sui mercati monetari e dei capitali e accumulano capitale fittizio. La cosiddetta „creazione di moneta“ consiste nel fatto che le banche centrali concedono prestiti alle banche commerciali, in modo da acquistare promesse di pagamento. Quando la banche centrali riducono gli interessi su tali prestiti, alimentano la formazione di capitale fittizio. L’aumento dei tassi di interesse ha invece l’effetto contrario. Questa politica dei tassi di interesse ha svolto fino ad oggi un ruolo centrale per il superamento delle crisi nell’era del capitale fittizio. Anche per esempio nella grave crisi della „new economy“ all’inizio del nuovo millennio, dove è stato possibile rivitalizzare l’accumulazione privata del capitale fittizio attraverso drastici tagli dei tassi di interesse.

Nutrita dal credito a basso costo è nata però la bolla immobiliare, la quale ha fatto tornare in crisi la già debole economia reale. Nella crisi attuale però si vede qualcosa di ancora diverso. Al fine di evitare il collasso del sistema finanziario, le banche centrali devono adottare una politica di zero tassi di interesse, la quale fornisce poi la materia prima per nuove bolle, e accollarsi insieme sempre più titoli tossici e concedere prestiti su larga scala dove nessuno altrimenti lo farebbe più. Durante la fase acuta della crisi nell’autunno del 2008, esse si sono limitate a sostituire il mercato interbancario crollato. Normalmente sono le banche internazionali a prestarsi l’un l’altra, in tempi brevi, denaro che in quel momento non usano. Dopo il fallimento di Lehman Brothers, però, la reciproca diffidenza era così grande che questo tipo di flusso di denaro si prosciugò e le banche private potettero ricevere credito oramai solo dalle banche centrali.

Ancora più grave di questo salvataggio a breve termine è che le banche centrali sono diventate, su larga scala, acquirenti di titoli di Stato al fine di evitare che il mercato di questi titoli crolli e gli Stati dichiarino bancarotta uno dopo l’altro. Ma la crisi del sistema bancario continua a covare sotto la cenere. Le banche centrali stanno rischiando molto alimentando le banche in difficoltà commerciali con finanziamenti a lungo termine, che naturalmente devono poi essere ammortizzati in caso di fallimento.

Siano esse la Fed o la BCE, tutte le banche centrali si stanno trasformando in bad banks. Esse stanno pompando come pazze capitale monetario nel sistema bancario mentre la qualità delle loro riserve si sta rapidamente deteriorando, poiché esse consistono in una sempre più alta percentuale di titoli tossici invendibili. Anche se questo acquisto, dettato dall’emergenza, di “promesse di pagamento” negli ultimi quattro anni ha evitato il collasso del sistema finanziario, tuttavia la necessaria svalutazione è stata solo rimandata e, al tempo stesso, scaricata sul sistema sociale.

-Quanto sono alte le possibilità che si inneschi un processo inflazionistico?

Norbert Trenkle: La stabilità monetaria è minacciata su due fronti: da un lato le banche centrali iniettano sempre più capitale monetario nel sistema bancario. Fino a quando questo capitale viene impiegato dalle banche e dai loro clienti di nuovo come capitale, quindi per l’acquisto di titoli o investito in modo produttivo, non ci sono serie conseguenze per la stabilità monetaria. La cosa cambia, invece, quando fluisce nei mercati dei beni e viene considerato come un mero denaro in avanzo di fronte alle merci scambiate. Quando questo accade in larga misura, la bolla della sovrastruttura finanziaria si trasforma, a causa del venir meno della redditività del capitale, in una svalutazione del mezzo monetario, vale a dire nell’inflazione. Allo stesso tempo, come già indicato, questo condurrà presto o tardi a una aperta svalutazione delle riserve valutarie. L’offerta iper-gonfiata di moneta si troverà così di fronte a crediti senza più valore.

Il problema non è quindi, in questo contesto, se si daranno processi inflazionistici, ma quando si daranno e in quale forma. Ad oggi, il rincaro inflazionistico si è limitato, almeno in Germania, ai metalli preziosi e agli immobili, che servono come investimento alternativo nel mondo dei beni materiali. Nella quotidianità questo appare come maggiore redditività sotto forma di affitti più alti. Non durerà comunque a lungo.

In un certo senso tutto ciò significa un ritorno allo stato in cui l’economia mondiale si trovava prima del grande decollo del capitale fittizio. Gli anni 1970 sono stati caratterizzati, nei paesi centrali del capitalismo, da un fenomeno che gli economisti hanno chiamato “stagflazione”. Cifre di crescita deboli erano accompagnate da tassi di inflazione di circa il 10 per cento. Rispetto alla situazione di allora le dimensioni della crisi sono state dilazionate. Ma la crescita debole adesso è probabile che si trasformi in depressione manifesta, e l’inflazione in iperinflazione. Dilazionare la crisi ha un suo prezzo.

[i]               http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2011/10/2011-10-24-esm-efsm-efsf.html

[ix]             http://www.krisis.org/2012/in-der-eurofalle