14.07.2016  Beitrag drucken

Di cosa parliamo quando parliamo di Brexit?

Ernst Lohoff    

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La prima tempesta causata dalla Brexit si è al momento calmata. Gli annunci delle banche centrali, che si sono dette pronte, in caso di emergenza, a inondare i mercati finanziari con una quantità illimitata di capitale monetario, hanno sortito il loro effetto e così la situazione dei mercati finanziari, dopo pesanti cadute, si è finalmente acquietata. Quella parte della classe politica, che ci tiene ancora a mantenere unito il gregge europeo, si produce in dichiarazioni strumentalmente ottimistiche, allo scopo di tenere a bada la situazione. “L’UE è abbastanza forte per andare avanti anche con soli 27 membri” ha proclamato Angela Merkel e, nel medesimo frangente, ha voluto mettere in chiaro come dovranno essere i futuri rapporti tra l’UE e la Gran Bretagna e cioè “stretti e amichevoli”. D’altro canto però ha sottolineato che “ci deve essere una differenza tra uno Stato che è membro dell’UE e uno che non lo è più”.

Dietro a questo messaggio ambiguo si cela un gravoso conflitto circa gli obiettivi, che determinerà gli sviluppi nei prossimi anni e potrebbe portare la Brexit a una posizione di stallo. Da un lato la piazza finanziaria londinese è troppo importante per il capitale globale e per l’economia europea perché l’UE possa rischiare il suo crollo. Se Londra perdesse tutti i privilegi legati alla sua appartenenza all’UE, la Brexit muterebbe da atto autolesionistico del sito economico britannico a suicidio collettivo della potenza economica europea. Dall’altra però l’UE non può neppure mostrarsi troppo accondiscendente nei confronti della Gran Bretagna. I potenziali imitatori stanno già scalpitando e non vanno assolutamente incoraggiati, pena la disintegrazione dell’Unione stessa.

Juncker, Hollande e, soprattutto, Merkel hanno sicuramente delle responsabilità per l’esito del referendum britannico e per il dilemma politico in cui si trovano invischiati. Specialmente il governo tedesco ha saputo mostrare ai britannici, nel corso della crisi dell’euro, quanto successo si possa avere nel trasformare l’UE in una palestra di miopi interessi particolari e di ideologie irrazionali, nel momento in cui, tra gli applausi dell’elettorato tedesco, ha imposto dall’alto all’Europa meridionale una politica di austerità distruttiva al massimo grado. Il cattivo esempio ha fatto scuola.

Ancora più importanti di questo orribile modello di una politica di cortissimo respiro sono però i mutamenti strutturali che ha subito il sistema mondiale capitalistico e la sua divisione europea, a partire dalla rivoluzione neoliberale degli anni Ottanta e soprattutto sulla scia del crollo del 2008.

La Gran Bretagna è stato il paese europeo che per primo e con maggior energia ha trasformato il settore finanziario nel nuovo motore della crescita. In termini puramente economici, il thatcherismo non ha avuto altro significato se non la trasformazione delle isole britanniche in una Mecca del capitale fittizio al prezzo di un estesissimo processo di deindustrializzazione. Questa ristrutturazione, per quanto certamente coronata dal successo, dal momento che l’economia britannica, su queste nuove basi, riuscì a ritrovare il sentiero della crescita, fu accompagnata fin da subito all’insorgenza di dislivelli sociali e regionali estremamente marcati. Al boom economico della capitale fece da contrappunto il degrado delle ex-zone industriali dell’Inghilterra settentrionale, al nuovo ceto medio una sottoclasse destinata alla marginalizzazione.

Nella prima decade del XXI secolo l’economia britannica, grazie alla posizione di Londra come massimo centro finanziario d’Europa, poté approfittare, non solo del boom immobiliare americano ma anche e in maniera considerevole, così come pure il resto dell’Europa, del circolo deficitario intraeuropeo, che in quell’epoca aveva assunto dimensioni interamente nuove. Alcune regioni (soprattutto dell’Europa meridionale) riuscirono ad imporsi come meta degli investimenti del capitale monetario, fornendo così la possibilità per altre regioni (specialmente la Germania e alcuni suoi vicini) di esportare massicciamente nel verso opposto le loro merci.

L’esplosione della crisi del 2008 distrusse questa costellazione (da cui tutti traevano vantaggi) e creò una situazione nuova. A causa del suo orientamento unilaterale verso il settore finanziario, l’economia britannica soffrì in maniera più dura e persistente sotto il peso della crisi. L’economia britannica perse molto terreno soprattutto nei confronti della Germania, uno dei pochi vincitori nella crisi degli ultimi sette anni, e ancora una volta a pagare il conto fu una working class già duramente penalizzata.

In maniera analoga che sul continente, ampi settori della popolazione reagirono alla devastazione sociale con una nostalgia struggente per i “bei vecchi tempi” del fordismo, quando l’economia britannica aveva ancora il carattere di un’economia nazionale sostanzialmente chiusa, con un’ampia base industriale. Più ancora che nell’Europa continentale Bruxelles divenne il capro espiatorio ideologico per il fallimento del modello neoliberale e per le contraddizione interne di un’economia mondiale sostenuta dalla dinamica del capitale fittizio.

È evidente che la Brexit non offrirà al Regno Unito alcuno spazio di manovra nei confronti del capitale globalizzato, né alcuna opportunità per una politica di redistribuzione a favore degli esclusi. George Osborne, di professione ministro delle finanze di quello stesso governo che ha organizzato il referendum sulla base di riflessioni tattiche di politica interna, pochi giorni dopo la consultazione ha già specificato cosa ci riserverà il futuro. Per ostacolare la fuga dei capitali, in programma c’è una diminuzione notevole delle imposte sulle società, che dovrà essere compensata da un aumento della tassazione per i normali contribuenti. Il governo britannico cerca di controbilanciare le ripercussioni della Brexit, inaugurando una competizione per il dumping fiscale con l’UE. Perfino il più risoluto dei fautori della Brexit, il leader dell’UKIP Nigel Farage, ha ammesso implicitamente che la Brexit potrebbe costare cara agli inglesi, annunciando precauzionalmente il suo ritiro a vita privata proprio nel momento del suo più grandioso trionfo.

Dunque la Brexit rappresenta solo una vittoria di Pirro del suo mentore? Purtroppo no. Il delirio basato sull’identità nazionale e l’avversione per lo straniero, che caratterizzano in sostanza il movimento pro-Brexit, hanno ottime chance di imporre il loro marchio anche sugli sviluppi successivi in Gran Bretagna e in Europa. I sostenitori della Brexit non possono in alcun modo spuntarla col capitale e quindi  sfogano la loro rabbia, con ancor più accanimento, sui migranti dall’Europa dell’Est e del Sud e sui profughi.

Tuttavia Parigi e Berlino simulano determinazione nella lotta contro la nuova fortezza britannica. Il presidente francese Hollande, riferendosi al tema dei futuri accordi, ha dichiarato perentoriamente: “Le libertà sono quattro oppure nessuna. Se la Gran Bretagna vuole approfittare della libera circolazione delle merci, dei servizi e del capitale, deve accettare anche quella delle persone provenienti dall’UE”. Questo è il tenore del messaggio. Ma sicuramente non è stata ancora detta l’ultima parola. La settimana scorsa, l’ex-capo dell’IFO, Hans-Werner Sinn ha incolpato la migrazione economica all’interno dell’UE come causa per il voto favorevole all’uscita dei britannici, indicando così quale sia il terreno su cui l’UE potrà venire incontro alla Gran Bretagna. La libertà di circolazione del capitale e delle merci è irrinunciabile perché la bottega complessiva capitalistica continui a funzionare, su qualsiasi altro argomento si può anche discutere. Con la Brexit sembra incombere una nuova corsa al dumping salariale e sociale e la rottura degli argini sul tema del razzismo e dell’antisemitismo.

La Brexit marca una cesura storica. Per la prima volta il neo-nazionalismo ha trionfato sul grande palcoscenico europeo contro il globalismo di stampo neoliberale. In questo modo l’ideologia della restaurazione dello Stato-nazione si è trasformata definitivamente da corrente marginale a potenza epocale. All’insegna del motto “Le sconfitte dei nostri avversari neoliberali sono le nostre vittorie”, una parte non irrilevante della sinistra europea tenta di cavalcare ormai da tempo l’onda dell’antieuropeismo generalizzato e ha riscoperto per sé lo Stato nazionale. Pablo Iglesias, l’esponente principale di Podemos, ad esempio, utilizza continuamente la parola “patria”. In Germania è la presidente del gruppo parlamentare della Linkspartei, Sarah Wagenknecht, la più importante sostenitrice del nazionalismo di sinistra. Come molti fautori di questo orientamento, anch’essa giustifica la sua affermazione dello Stato nazionale con la difesa della democrazia. “La democrazia vive solo in quegli spazi che gli uomini possono abbracciare con lo sguardo” – si legge in un’anticipazione dal suo nuovo libro “Reichtum ohne Gier” (Ricchezza senza avidità; Junge Welt, 10/3/2016); e questo spazio immaginato come comprensibile, famigliare andrebbe ricercato, secondo Wagenknecht, nella nazione. “Non è la politica che si deve internazionalizzare ma sono le strutture economiche che devono essere decentralizzate e ridimensionate”; in altre parole adeguate a un orizzonte mentale limitato in maniera angusta allo spazio nazionale.

Il capitalismo si è sviluppato da tempo ben oltre l’ordine basato sugli Stati nazionali, che egli stesso aveva generato. L’idea secondo cui il sistema della ricchezza capitalistica potrebbe essere addomesticato, costringendolo ad indossare gli indumenti politici della sua infanzia, è tanto utopica quanto ultrareazionaria. Se la sinistra greca o spagnola intende caldeggiare l’esodo dall’UE e il ripristino della sovranità nazionale, affinché il “popolo” possa riprendere nelle mani il suo destino, il suo programma di liberazione si trasformerà in una marcia verso un deserto completamente inaridito. Quando Wagenknecht straparla di sovranità nazionale, si comporta come una quinta colonna di Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland, AfD). Ci sono mille buone ragioni per combattere la dittatura di un’economia fuori controllo e una politica europea, che si pone al servizio di questa tirannia. Ma questa battaglia la si potrà combattere, sin dal principio, solo su di un livello transnazionale.