26.09.2018 

“Marx e la follia del capitale” – un confronto fra Harvey e Critica del valore

In Marx e la follia del capitale, Harvey si imbatte nella Critica del valore ma evita il confronto

di Giordano Sivini

Harvey si auto colloca nell’alveo marxista “radicato nella relazione di classe tra capitale e lavoro” [1]. Entro questa tradizione opera una distinzione tra il capitalismo, inteso come sistema intriso del valore che ci imprigiona, e il suo motore che produce valore riconfigurando attraverso grandi crisi i rapporti sociali capitalistici, i quali retroagiscono riproducendo il rapporto tra capitale e lavoro costitutivo del capitale. Secondo Harvey “la posizione di Marx (…) è che il capitale probabilmente può continuare a funzionare indefinitamente, ma in modo tale da provocare un degrado progressivo della terra e un impoverimento di massa, aumentando drasticamente la disuguaglianza fra le classi sociali, e, insieme, producendo la disumanizzazione della maggior parte dell’umanità, che verrà tenuta sottomessa da una negazione sempre più repressiva e tirannica del potenziale di sviluppo umano individuale”[2]

Harvey è considerato “probabilmente il più eminente studioso marxista vivente”[3], un “classico della scrittura marxista”[4]. Nel suo lavoro teorico e nella sua prolifica attività divulgativa non aveva mai fatto menzione della Critica del valore. Lo fa in Marx e la follia del capitale, l’ultimo libro in cui riprende e ripete in modo discorsivo le sue convinzioni teoriche, e introduce anche un nuovo concetto – l’anti-valore – con l’obiettivo di spiegare il nesso tra finanziarizzazione e valorizzazione in maniera compatibile con la sua teoria della sopravvivenza del capitalismo alle sue crisi.

La citazione della Critica del valore evidenzia le difficoltà in cui Harvey si trova nello sviluppare questo obiettivo, e, più in generale, nel continuare a sostenere la tesi della riproducibilità senza fine del capitalismo, i cui fondamenti teorici risalgono agli anni ’70 del ‘900. Con l’introduzione del concetto di anti-valore gli sembra di poter dimostrare che il capitalismo si sta riproducendo sulla base di un intreccio inedito tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di valore. Senonché dall’interno della Critica del valore, proprio intorno al rapporto tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di valore, Ernst Lohoff fa emergere l’ineluttabilità della fine del capitalismo, sulla base di elementi che Harvey non ha preso in considerazione.

Per arrivare a questa problematica è necessario esporre sinteticamente il costrutto teorico di Harvey, e i suoi recenti ripensamenti.

Il costrutto teorico

Per Harvey capitale e lavoro sono rappresentazioni concettuali del modo in cui si riproducono i capitali individuali e i portatori di forza lavoro, costretti per la produzione di plusvalore “ad un’opposizione simbiotica ma inesorabile”[5]. “La classe capitalista deve riprodursi, e può farlo solo attraverso la progressiva accumulazione. Anche la classe operaia deve riprodursi, e in maniera adeguata alla produzione di plusvalore. Soprattutto deve essere riprodotta la relazione di classe tra capitale e lavoro. Nel concetto di valore entrano tutti questi elementi, che sono socialmente necessari alla riproduzione del modo di produzione capitalistico. Il valore perde così la sua semplice connotazione tecnologica e fisica e viene visto come una relazione sociale”[6].

Il capitale in quanto valore in movimento alimenta l’accumulazione (“il solo mezzo con cui la classe capitalista si può riprodurre”[7]), che è un processo molecolare segnato da crisi. Per spiegarne la ricorrenza Harvey rileva che, al fine di alimentare l’accumulazione, il capitale in quanto valore in movimento, deve fluire nella sequenza D-M-D’, passando incessantemente da una forma a quella successiva. Ogni ostacolo nel flusso produce una sovra accumulazione nella forma del valore che viene bloccata. “Sovraccumulazione è qualsiasi situazione in cui il surplus che i capitalisti hanno a disposizione non riesce a trovare uno sbocco a causa di vincoli posti dal lavoro, dal mercato, dalle risorse, dalla tecnologia, o da qualsiasi altra cosa”[8].

Il blocco viene rimosso con la svalutazione. “Il capitale detenuto sotto forma di denaro può essere svalutato dall’inflazione; la forza lavoro può essere svalutata dalla disoccupazione e dalla caduta dei salari reali; le merci detenute in forma finita o parzialmente finita possono essere vendute in perdita; il valore incorporato nel capitale fisso può essere perso perché giace inattivo. I meccanismi sono diversi in ciascun caso e gli impatti variano a seconda del tipo di svalutazione”[9].

“Le crisi sono essenziali per la riproduzione del capitalismo. Nel corso delle crisi le sue instabilità vengono affrontate, riplasmate e reingegnerizzate per creare una nuova versione di quel che è il capitalismo”[10]. Nello stesso tempo le crisi riguardano il capitale. “Sono momenti di trasformazione in cui il capitale reinventa se stesso e si tramuta in qualcos’altro, che può essere meglio o peggio per le persone, anche se stabilizza la riproduzione del capitale”[11].

Lo spazio ed il tempo sono le principali coordinate del superamento delle crisi, con le istituzioni finanziarie e lo Stato che intervengono a spostare i flussi di capitale. Lo spazio è la sua sede fisica; il superamento avviene mediante dislocamenti che ne provocano l’espansione rimodellando le relazioni sociali. Il tempo scandisce invece i ritmi del ciclo di riproduzione del capitale, e la sua riduzione ne aumenta la velocità di circolazione; realizzando quello che Marx chiama “annullamento dello spazio per mezzo del tempo”[12].

Ogni intervento sulla crisi è solo temporaneamente risolutivo, perché si ripresenta più avanti in altre forme senza, tuttavia, mai porre un limite definitivo all’accumulazione. “Le crisi non si risolvono, ma semplicemente vengono spostate da una sfera un’altra”[13]. Non c’è alcuna elemento che faccia emergere una tendenza nella sequenza delle crisi. Harvey si sottrae ai dibattiti che imperversano in proposito tra i marxisti. L’unico fattore di continuità è l’espansione spazio-temporale.

La costruzione teorica di Harvey – uno sviluppo del capitalismo scandito da crisi del capitale – è esposta in Limits to capital, pubblicato nel 1982. La sua elaborazione risale agli anni ’70 del ‘900 quando nella tradizione marxista si concepivano le grandi crisi come momenti di passaggio da una ad un’altra fase storica di organizzazione sociale, conseguenza della ricomposizione su nuove basi dell’antagonismo tra capitale e lavoro. Una posizione che rifletteva la fiducia nelle capacità del lavoro di condizionare il capitale e la convinzione che fosse interesse del capitale riprodursi entro quel rapporto per assicurarsi una produzione senza fine di plusvalore.

Ripensamenti

Vincolato ad una teoria che fonda capitalismo e capitale sull’accumulazione scandita da crisi e da fasi, Harvey è in difficoltà a passare dalle crisi che intaccano temporaneamente il movimento del valore alle manifestazioni di quella che potrebbe essere una crisi finale del valore. Sono soprattutto due i problemi che lo stanno affliggendo: la tendenza alla riduzione del valore causata dalla contrazione del lavoro che lo produce, e la preminenza del capitale fittizio sul capitale produttivo. “Combinate (e quel che sta succedendo mostra che entrambe le tendenze sono percepibili), potrebbero essere catastrofiche”[14].

Ma in Limits (1982) aveva escluso che in Marx ci fossero fondamenti per spiegare la prima di queste tendenze. Aveva scritto che nel Terzo Libro del Capitale la caduta tendenziale del tasso di profitto, conseguenza dello sviluppo della produttività sociale, si accompagnava a controtendenze, come l’aumento del tasso di sfruttamento che comprime i salari al di sotto del valore della forza lavoro; l’aumento dell’esercito industriale di riserva che limita la convenienza a sostituire forza lavoro con macchine; la diminuzione dei costi del capitale costante. Nel complesso l’analisi di Marx era “incompleta, per niente rigorosa nonostante la forma molto chiara che gli ha dato Engels, e tormentata da ogni sorta di ambiguità”[15]; oggetto per questo di immense e continue controversie nella tradizione marxista. “Ingannevolmente semplice nella forma” potrebbe perciò servire soltanto “come veicolo per esaminare le varie forze che nel capitalismo causano squilibrio e per fornire una base per comprendere la formazione e la risoluzione delle crisi”[16].

Anche al rapporto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione Harvey in Limits non dava un orizzonte temporale. “Il comportamento dei singoli capitalisti tende perennemente a destabilizzare il sistema economico. Questa è, credo, l’interpretazione corretta di ciò che Marx descrive come la contraddizione fondamentale tra le forze produttive e le relazioni sociali sotto il capitalismo”[17].

In Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo (2014) Harvey si è però aperto a nuove riflessioni, a partire dalla riconsiderazione della caduta del tasso di profitto e delle controtendenze. “Non è chiaro – scrive questa volta – se Marx pensava che queste forze di contrasto fossero o meno sufficienti per prevenire indefinitamente la caduta del valore della produzione e dei profitti”[18].

Inoltre, la relazione tra sviluppo tecnologico ed esaurimento del lavoro viene posta come una delle contraddizioni del capitale, anche se esaminata discorsivamente per concludere: “Non sembra che ci siano motivi immediati di panico. Ma dal punto di vista del lungo termine del capitale, sembra che siamo su una ‘ultima frontiera’ per l’assorbimento di lavoro in tutto il capitalismo globale”[19]. Gli incrementi di produttività provocano nel mondo eccedenze enormi di popolazione. “Se andiamo verso un mondo in cui il lavoro sociale di questo tipo [produttore di merci] scompare, non esiste valore da rappresentare. La rappresentazione storica del valore – la forma denaro – è quindi completamente libera da ogni obbligo di rappresentare qualcosa di diverso da se stessa”[20].

Harvey si ferma qui, ma in Marx e la follia del capitale (2016), esorcizza la prospettiva della diminuzione della produzione sociale di valore che porta al collasso finale del capitalismo con un paradossale riferimento: “La Scuola tedesca dei teorici critici del valore, ispirata al lavoro di Robert Kurz, è stata particolarmente esplicita nell’enunciare quest’idea, ma non sostiene che questo collasso sia imminente. Chi propone questa teoria (compreso Marx stesso, per certi aspetti) vede insita in questa contraddizione una tendenza di lungo periodo alla stagnazione, a profitti in caduta, e a una limitazione della produzione e realizzazione di valore e plusvalore come correlato alla persistente preferenza, all’interno del capitalismo, per le innovazioni che fanno risparmiare lavoro”[21].

E’ una sintesi addomesticata che Harvey trae da Marxism and the Critique of Value[22], una raccolta delle traduzioni in lingua inglese di articoli di esponenti della Critica del valore. Fin dal primo saggio di Norbert Trenkle avrebbe potuto leggere che il capitale ha raggiunto il limite della sua esistenza a causa della riduzione assoluta della forza lavoro nel processo di valorizzazione. Ma l’’obiettivo di Harvey non è di sviluppare un confronto, bensì di sostenere che il tema del collasso non è imminente e, anzi, che il capitalismo si riproduce assumendo nuove forme anche “quando valore e plusvalore diminuiscono o addirittura scompaiono completamente dalla circolazione”[23].

L’anti-valore

Per sviluppare l’analisi delle forme attuali del capitalismo Harvey forgia il concetto di anti-valore. Lo propone nell’ambito di una “teoria della svalutazione” in cui fa confluire anche due processi già esposti in Limits, che riguardano il ‘non-valore’ e la ‘perdita del valore. Non-valore è conseguenza sia dell’utilizzazione nella produzione di lavoro non necessario o non produttivo, sia della creazione di prodotti che sul mercato si presentano come merci prive di valore d’uso. La ‘perdita di valore’, è invece una conseguenza di crisi di sovra accumulazione.

All’anti-valore vengono attribuiti con molta superficialità molteplici significati, ma, finalmente si arriva all’anti-valore come “forma fondamentale” del debito[24]. Banalmente si ha a che fare con il capitale produttivo di interesse, ma l’ambizione di Harvey è di attribuirgli una rilevanza teorica generale. “In Marx – scrive – il valore esiste solo in rapporto all’anti-valore”[25]. L’affermazione è tuttavia priva di riferimenti specifici a Marx e viene sviluppata discorsivamente, senza porre la relazione con quel valore “creato dal lavoro sociale che circola nelle forme di merce e denaro e abbraccia l’intera geografia storica dei processi lavorativi, della produzione e realizzazione della merce, e dell’accumulazione del capitale nello spazio-tempo del mercato mondiale”[26].

Marx non ha mai parlato, secondo Harvey, di capitale finanziario, ma dall’esame della “massa di scritti non molto coerenti sul processo di circolazione di differenti tipi di capitale monetario”[27] lo si può riferire al capitale produttivo di interesse. Importante da sempre per il contributo alla riproduzione allargata del capitale, anche liberando risorse dormienti per stimolare la produzione di valore, dagli anni ‘70 l’eccedenza di liquidità svincolata dall’oro e trainata dal dollaro ha configurato il sistema finanziario in maniera separata e autonoma rispetto alla valorizzazione.

Il capitale produttivo di interesse è un’entità stretta tra credito e debito. Il credito è una delle sue due facce, essendo l’altra, il debito, la potenziale negazione dell’obiettivo del credito di assecondare il movimento del capitale. Il termine ‘anti-valore’, coniato per fini più generali da Harvey, va riferito propriamente a questa seconda faccia, che si concretizza in una circolazione autonoma del debito indipendentemente dall’obiettivo del credito, fino a “degenerare in un vasto schema Ponzi in cui i debiti di ieri sono coperti oggi con crediti più elevati”[28]. “Invece di una accumulazione di valori e di ricchezza, il capitale produce un’accumulazione di debiti che devono essere estinti. Il futuro della produzione di valore è ipotecato. L’anti-valore del debito diventa uno degli incentivi e delle leve principali per garantire l’ulteriore produzione di valore e plusvalore”[29].

“L’anti-valore non è sempre di opposizione, ha un ruolo fondamentale anche nel definire e garantire il futuro del capitale. La lotta contro l’anti-valore tiene sveglio, per così dire, il capitale. Il bisogno di redimere l’anti-valore è una forza che impone attenzione alla produzione di valore”[30].

Questa sorta di confusa soggettivazione dell’anti-valore ipostatizza legami meccanici con la valorizzazione, Ma Harvey stesso si accorge dei limiti. Rileva che la spinta alla produzione di plusvalore è contenuta dalla sua distribuzione sociale perché esiste un buco nero “in cui scompare una massa di valore in nome dell’estinzione del debito, senza alcuna garanzia che riemerga”[31]. Inoltre, se l’accumulazione di debiti supera la capacità di produrre e realizzare valore, ci si muove su un orizzonte in cui “il peonaggio del debito impastoia il futuro per le persone come per intere economie”[32].

La Critica del valore

Differentemente da questa prospettiva di persistenza di un capitalismo che si regge sul capitale fittizio, la Critica del valore ha elaborato due posizioni, che sostengono entrambe la fine del capitalismo. Per Robert Kurz il capitale fittizio non riattiva la valorizzazione. Per Ernst Lohoff è proprio il rapporto invertito tra capitale produttivo di valore e capitale produttivo di interesse, su cui si fonda anche l’analisi di Harvey, a portare al collasso.

Nell’agonia del capitale sopravvivono, secondo Kurz, forme di capitalismo senza valore. Per il venir meno dei redditi da lavoro, i soggetti economici – famiglie, imprese, Stati – restano a galla indebitandosi senza la capacità di rimborsare i debiti. La crisi, che viene per questo percepita come crisi finanziaria, “non può essere in termini marxiani che una delle forme con cui si manifesta l’assenza delle condizioni reali di valorizzazione”[33]. Il denaro senza valore con cui vengono acquistati macchinari e forza lavoro è parte di catene di debito, che si condensano in bolle. Quando esplodono, i prodotti delle attività reali si svalutano e i soggetti che le sorreggono crollano. La storia dei subprime è esattamente questo: denaro senza valore che ha messo in moto iniziative speculative che hanno promosso investimenti immobiliari, i quali hanno generato altre attività produttive, in una catena di debiti che lo scoppio della bolla finale ha dissolto.

Diversamente da Kurz, per Lohoff nella sfera finanziaria c’è la capacità ““di produrre, in qualche modo, una forma peculiare di moltiplicazione del capitale che permette di sostituire, transitoriamente, l’accumulazione di plusvalore”[34]. L’enfasi è posta su un aspetto trascurato da Kurz, la ‘duplicazione’ del denaro che avviene nel momento dell’apertura di un credito con la creazione di capitale fittizio che è potenziale capitale supplementare a sostegno della valorizzazione. Se la realizza è capitale coperto, altrimenti è scoperto.

Il bisogno di capitale fittizio coperto, quello che produce e realizza valore, aumenta a causa della caduta del profitto dovuto allo sviluppo della produttività. Nello stesso tempo aumenta il capitale fittizio scoperto, a causa dei debiti che non vengono ripagati perché la valorizzazione si riduce, e per restare attivo ha bisogno della copertura di nuovo capitale fittizio. La sua moltiplicazione è però sempre più difficile, perché con il contrarsi della valorizzazione si riduce la possibilità di un ancoramento al valore. I titoli, che costituiscono capitale fittizio, sono emessi a fronte di crediti garantiti da ipoteche reali e non solo da promesse di valori futuri.

“La dinamica del capitale fittizio incontra presto o tardi i suoi limiti dal momento che il processo di crisi che sta alla sua base non può essere mascherato ad vitam aeternam dall’espansione dell’industria finanziaria (…). Al livello oggi raggiunto dalle forze produttive il capitalismo non può più funzionare se non come capitalismo invertito, e se questa sua forma storica – in sé contraddittoria – diventa insostenibile, allora lo stesso modo di produzione capitalistico è diventato insostenibile”[35].

L’inversione tra capitale produttivo di valore e capitale produttivo di interesse conduce alla fine del capitale. Nei termini di Harvey l’anti-valore non si riproduce quando viene meno un ancoramento al valore.

In questa prospettiva prende piede, anche tra i marxisti, una teoria monetaria del valore che guarda non al capitale in movimento bensì al denaro in movimento. Se la accettiamo, scrive Harvey, “diventa molto più difficile formulare le critiche taglienti del capitalismo contemporaneo espresse da Kurz e dai suoi colleghi”[36]. Ancora una volta con una breve menzione la Critica del Valore viene utilizzata per esorcizzare un accadimento difficile da inserire nel costrutto teorico che risale ai tempi di Limits, rispetto al quale Marx e la follia del capitale aggiunge qualche confusione e molte ridondanze rispetto ai lavori divulgativi precedenti.

[1] Harvey D., Limits to capital. London, Verso, 2006, p. 24 (ed or. 1982).

[2] Harvey D., Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 220 (ed. or. 2014).

[3] Marx’s law of value: a debate between David Harvey and Michael Roberts, Michawl Roberts Blog, s.d. (2018)

[4] Jessop, B., On the Limits of Limits to Capital, Antipode, 36, 3, 2004, p. 480.

[5]  Limits, p. 27.

[6] Ivi, p. 33.

[7]  Limits, p. 34.

[8]  Harvey D., Choonara J., Exploring the logic of capital, Socialist Review, 335, 2009.

[9] Limits, p. 196.

[10] Diciassette contraddizioni, p. 9.

[11] Ivi, p. 17.

[12] Harvey D., La Guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo, Milano, Il Saggiatore, 2006, p. 86 (ed.or. 2003).

[13] Harvey D., Rivera  H. A., Explaining the crisis, International Socialist Review, 73, 2014-5.

[14] Harvey D., Marx e la follia del capitale, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 111 (ed. or. 2016)

[15] Limits, p. 179.

[16]  Ivi, p. 157. Harvey ha ribadito questa posizione è nella presentazione della riedizione di Limits del 2006, p. XXII.

[17] Ivi, p. 189.

[18] Diciassette contraddizioni, p. 114.

[19] Ibidem.

[20] Ivi, p. 115.

[21] Marx e la follia, p. 107-8.

[22] Larsen N., Nilges M., Robinson J., Brown N. (a cura di), Marxism and the Critique of Value, Chicago, MCM Press, 2014.

[23] Marx e la follia, p.17.

[24] Ivi, p. 86.

[25] Ivi, p.  81

[26] Limits, p.  XX.

[27] Ivi, p. 283.

[28] Marx e la follia p. 90.

[29] Ivi, p. 87.

[30] Ivi, p. 86.

[31] Ivi, p. 176-7.

[32] Ivi, p. 100.

[33] Kurz R., Vies et mort du capitalisme, Lignes, Fécamp, 2014, p. 139.

[34] Lohoff E., Per una discussione su “La grande svalorizzazione” e “Denaro senza valore”, blackblog.francosenia, 2 giugno 2017, da Krisis, 14 maggio 2017.

[35] Lohoff E., Trenkle N., La grande dévalorisation, Rotterdam, Post-Editions, 2014. p. 242-3.

[36] Marx e la follia, p. 112.